I Veganti – 03 – Crescita Esponenziale

Evaristo Dunga rimase nella sua auto per ventiquattr’ore filate.

Poiché l’aveva parcheggiata in una posizione non troppo visibile dalla strada, nessuno si accorse che in quella vetturetta c’era una persona che poteva sembrare addormentata; soprattutto nessuno si accorse che la persona che poteva sembrare addormentata lo stava sembrando da diverse ore. Forse un po’ troppe.

Nessuno riuscì mai a capire cosa fosse successo durante quel lungo sonno al Paziente Zero: si sa solo che l’Evaristo Dunga che si svegliò non era per nulla uguale a quello che era svenuto un giorno prima. Erano molto, molto diversi.

L’inquietante coscienza dell’essere che aveva preso il posto dell’ometto panciuto e pelato si guardò intorno, cercando di capire dove si trovasse. Non sapeva bene cosa doveva fare, ma qualcosa gli urgeva dentro, gli urlava di fare qualcosa per andare a compiere la sua missione, qualunque essa fosse. Sentiva un bisogno impellente di uscire da quella scatola di metallo. Quello che rimaneva di Evaristo si agitò scompostamente, incocciando per caso nella maniglia della porta; la tirò senza volerlo e dopo una spinta si trovò a rotolare sul marciapiede.

Si rimise in piedi con qualche difficoltà.

Un ragazzino di buona volontà che stava passando da quelle parti lo vide e si rese conto che quell’uomo che barcollava non era certamente in forma. Forse poteva aiutarlo liberandolo da qualche oggetto inutile, tipo il portafoglio o il cellulare.

Si avvicinò e gli disse con aria gentile: «Ehi, amico, come va? Posso aiutarti?!»

Evaristo si girò verso il ragazzo: gli occhi vitrei di un vago colore verdastro erano spalancati su di lui; dalla bocca aperta colava incessante una bava densa, perlacea. Dal profondo della gola di Evaristo arrivava un suono gutturale che il ragazzo, già allontanatosi di un centinaio abbondante di metri, non poté sentire, ma che suonava più o meno come «Verde!» con le due «e» molto trascinate: «Veeeeerdeeeee!»

O qualcosa di molto simile.

Il nuovo Evaristo sembrava un po’ confuso. Stava in piedi di fianco alla macchina del vecchio Evaristo, senza sapere dove andare. Almeno questa era la sensazione.

Ma durò poco: dopo qualche secondo… forse minuto, è difficile stabilire quanto tempo passa quando un cervello si rimette in funzione. In ogni caso, dopo qualche tempo l’essere si immobilizzò, puntando lo sguardo in una direzione ben precisa, il volto stravolto in una smorfia di odio intenso.

«Veeeeerdeeeee!» ringhiò e si incamminò. Anche se i passi erano ancora goffi, visto che stava in pratica imparando da capo a camminare, la decisione con cui si spostava nella direzione in cui puntava freneticamente lo sguardo dimostrava come sapesse benissimo dove andare, anche se non sapeva come.

La cosa che aveva preso possesso del cervello di Evaristo cercò tra i ricordi dell’ospite. Sembrava avere una predilezione per quelli più recenti, quelli memorizzati subito prima del suo ingresso.

E questo portò Evaristo e il suo occupante davanti alla grande vetrina della Pappatoia.

Poiché erano passate all’incirca ventiquattr’ore dall’incidente che aveva dato inizio al tutto, il locale era di nuovo pieno di persone che mangiavano. Ciò che era dentro Evaristo le guardava con espressione attonita, inorridito da quello che vedeva: decine di persone stavano sbranando cadaveri, strappandone le carni direttamente dalle ossa, alcuni li pugnalavano e li infilzavano prima di portarli alla bocca, dove i brandelli venivano masticati! Un senso di vertigine lo pervase, fino a farlo quasi svenire.

Ma in effetti non sapeva cosa volesse dire “svenire” per cui la sua confusione si tramutò in rabbia cieca. Ripescando ancora dai ricordi di Evaristo andò alla porta, la spinse e quasi rotolò dentro.

Il cameriere che l’aveva servito il giorno precedente lo riconobbe subito, e passò qualche secondo ad analizzare le differenze tra quello che aveva visto e quello che vedeva, e le implicazioni di rivedere dopo un solo giorno una persona che aveva avuto un incidente per il quale avrebbe potuto anche fare causa al locale. La cosa andava gestita in modo professionale.

«Signor Dunga, che piacere rivederla, ben tornato! Come sta?» chiese in tono affabile, ignorando l’espressione infuriata e lo sguardo vitreo dell’uomo.

«Veeeeerdeeeee!» rispose Evaristo.

«Mi perdoni, ma temo di non avere capito» rispose il cameriere che in effetti aveva capito la parola, ma non riusciva a connetterla con un senso logico. Forse voleva dire che era rimasto al verde dopo avere mangiato da loro? Ma lui gliel’aveva detto che il costo del filetto di zebra era piuttosto alto. Cos’altro poteva voler dire la parola “verde” in questo frangente?

«Veeeeerdeeeee!» ripeté Evaristo alzando un po’ la voce.

«Davvero, io non…» provò ancora il cameriere.

L’urlo che arrivò dall’uomo era tutto tranne che umano; possente, roboante, stentoreo, non esistono sufficienti aggettivi per definirlo.

«VEEEEERDEEEEE!»

La reception della Pappatoia era piuttosto piccola, e sembrò entrare in risonanza con l’urlo di Evaristo. Filiberto, che si occupava anche del “buttamento fuori” delle persone sgradite, accorse rapidamente e si vide davanti una situazione paradossale: da un lato il cameriere tutto piegato indietro, terrorizzato da un ometto davanti a lui che sembrava essere quello che aveva cacciato quell’urlo impressionante. Impiegò qualche secondo per inquadrarlo nel tipo che aveva salvato il giorno precedente. Ma il suo lavoro era chiaro: quello era un pericolo e lui doveva assolutamente prenderlo e portarlo fuori dalla portata di vista e orecchie degli ospiti paganti.

Si avventò su Evaristo con tutto il suo notevole peso, allargando le braccia per afferrarlo, alzarlo e portarlo fuori. Ma questo progettino non funzionò: subito dopo averlo circondato si rese conto che il corpo dell’uomo era come gelatinoso, tendeva a sfuggire da ogni parte; era come cercare di afferrare un budino o una gelatina, appunto. Lo circondò con le braccia e le alzò, ma Evaristo rimase al suo posto e Filiberto si ritrovò a fissarsi i polsi, senza nulla in mezzo.

Provò di nuovo, ma non ci fu nulla da fare.

Vagamente irritato (ma senza darlo a vedere, era un professionista) si piazzò davanti a Dunga e provò a spingerlo. Si ritrovò per terra, dopo essere scivolato sull’uomo a causa della sua consistenza gelatinosa. Si infuriò davvero, perché era estremamente irritante: spingerlo non si poteva, alzarlo nemmeno, provò a sferrargli un pugno, ma questo venne deviato dalla faccia che si piegò appena costringendolo a girarsi e a trovarsi occhi negli occhi con il cameriere.

«Ma cosa…?» gli disse sottovoce per non disturbare ulteriormente i clienti.

«Non riesco ad afferrarlo!» replicò Filiberto con lo stesso tono.

«Ma fai qualcosa, maledizione!»

«Ma se ti dico che non riesco!»

Nel frattempo Evaristo li aveva osservati con odio, ma senza fare nulla. Sembrò riscuotersi improvvisamente quando si incamminò verso la sala grande, sotto l’occhio inorridito del cameriere che capì che stava per succedere qualcosa di veramente, veramente brutto. E per di più nella sala piena di Clienti! Filiberto tentò di fermarlo in tutti i modi, compreso un poco corretto sgambetto, ma la densità mutevole di Evaristo continuava a proteggerlo.

Arrivato al varco della sala, Dunga lanciò uno sguardo circolare alla sala, mentre qualche cliente si girava a osservarlo distrattamente, messo in vago allarme dall’urlo di poco prima.

A un paio di metri dall’uomo una signora piuttosto robusta stava sminuzzando una coscia di pollo afghano in salsa di carrube con riduzione di filetto di kobe e contorno di lampone glassato con mandorle amare e crumble di fegati di quaglia (48 euro nella versione assaggio).

Evaristo la guardò con odio profondo e gridò ancora una volta «Veeeeerdeeeee!» prima di percorrere i due metri che li separavano, afferrarla per le spalle e abbassare la testa sul collo della donna, adorno di una mezza dozzina di collane. Qui piantò i denti nella carne un po’ molliccia della signora, affondando per almeno un centimetro nella polpa viva.

Iniziarono tutti a urlare, molti si alzarono dal proprio tavolo, altri ci si nascosero sotto; qualcuno scappò verso i bagni (che erano dall’altra parte della sala), uno solo si alzò e si mise davanti alla propria moglie che nel frattempo si era sporcata la biancheria intima in modo molto poco signorile.

Un paio di avventori particolarmente robusti si avventarono su Evaristo e cercarono di staccarlo dalla giugulare della donna, ma fecero la stessa identica frustrante esperienza patita da Filiberto qualche secondo prima, vedendo che il loro obiettivo continuava a sfuggire da tutte le parti e a rimanere appiccicato come una sanguisuga alla signora.

Finalmente l’uomo si staccò e la sua vittima cadde in avanti sul piatto, di fatto rovinandolo, anche se la cosa sembrava non importare più molto. Evaristo si guardò intorno e tutti si resero conto che stava cercando la prossima vittima, sentendosi come studenti in attesa di un’interrogazione a sorpresa, con il professore che scorre il registro e recita il terrificante mantra “venga… venga… venga…”, ma con il rischio di subire qualcosa di peggio di un’insufficienza.

Il più vicino alla donna era il marito, che stava di fronte ed era praticamente a un passo dallo svenimento. Nel piatto davanti a lui c’era ancora la prova del suo delitto: il filetto di kobe in crosta di ipecacuana con fondo di larderelli e testicoli di coniglio (77 euro) dichiarava la sua colpevolezza oltre ogni ragionevole dubbio. Evaristo fece rapidamente il giro del tavolo e distribuì al marito la stessa sorte subita dalla donna.

E ancora nessuno riusciva a fermare questa follia. Oltre a Filiberto e ai due avventori (sportivi, a giudicare dal fisico enorme), si erano aggiunti un paio di giovani molto meno fisicamente dotati, ma fermamente decisi a fare la loro parte.

Inutilmente. Sembrava di lottare contro un budino, questo si era già detto, ma il problema stava per peggiorare in maniera drastica.

Evaristo terminò di nutrirsi del sangue della sua vittima (almeno questo era quello che sembrava) e si alzò per decidere quale sarebbe stata la vittima successiva. Di nuovo si diffuse il terrore dell’interrogazione a sorpresa, ma a questa si aggiunse un momento di scollamento dalla realtà, quando da dietro a Evaristo, che correva verso un tavolo vicino, arrivò un urlo sordo e inquietante.

«Veeeeerdeeeee!»

Non si capiva di preciso da dove venisse il grido, ma erano tutti sicuri che non era stato Dunga, che era già intento a occuparsi del collo di una ragazza nel cui piatto stava placidamente riposando una fiorentina di almeno un chilo e mezzo (70 euro al chilo).

Non era chiaro chi stava urlando, e non lo fu fino a quando la prima vittima di Evaristo non alzò la testa dal piatto, con gli ultimi pezzi di coscia di pollo attaccati all’acconciatura da 125 euro.

«Veeeeerdeeeee!» urlò di nuovo la donna. Si alzò con qualche difficoltà e si preoccupò di azzannare uno dei giovani che avevano cercato di fermare il suo carnefice. All’altro ragazzo pensò direttamente il marito che, al grido di «Veeeeerdeeeee!» si era alzato e spostato con insospettabile agilità, raggiungendo il suo obiettivo in pochi secondi e riservandogli quello che stava diventando il solito trattamento.

Intanto Evaristo aveva terminato con la ragazza nonostante l’amica che stava allo stesso tavolo avesse cercato di fermarlo usando tutto quello che aveva a disposizione e che poteva sembrare in qualche modo un’arma (in pratica solo forchetta e coltello, ancora sporchi della milanese in carpione, 18 euro… una cosa da barboni in effetti). Per restituire il favore si occupò direttamente di lei.

Le due persone che aveva infettato avevano già infettato un’altra persona a testa, e stavano cominciando a “lavorare” su altre vittime. I contagiati di secondo livello, tanto per dargli una definizione, avevano già cominciato a spargere l’infezione. Dopo diciassette minuti anche la penultima persona presente nella Pappatoia era stato infettata.

La penultima perché Filiberto era ancora normale.

Chi lo dice che un uomo grande e grosso deve per forza anche essere coraggioso? Stava appoggiato al muro, e si guardava intorno terrorizzato mentre tutti gli infetti lo guardavano senza fare nulla. Evaristo si avvicinò lentamente fino ad arrivargli a pochi centimetri di distanza. Filiberto si tirò indietro il più possibile, ma il muro a cui era appoggiato era un limite difficilmente valicabile. Quasi non si rese conto di essersi pisciato addosso, ma se ne accorse Evaristo, che si abbassò ad annusare la macchia che si stava lentamente allargando all’inguine.

Dopo alcuni secondi che a Filiberto sembrarono eterni, Evaristo si tirò indietro e si avviò verso l’uscita, seguito in modo sgangherato da tutti gli altri infetti.

Uscirono rapidamente e si dileguarono nella brezza della sera.

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