I Veganti – 05 – La bomba

Come ogni grande città che si rispetti, anche quella che stava facendo da involontario palcoscenico alla nostra tragedia aveva la sua bella centrale operativa con i suoi agenti preposti al controllo del territorio che, con aria annoiata, facevano scorrere lo sguardo sulla trentina di schermi che occupavano la grande parete di fondo, quattro file da otto (per venire incontro a quelli meno ferrati fa trentadue schermi). Un paio erano oscurati, perché purtroppo la manutenzione era quello che era, ma tutti gli altri erano perfettamente funzionanti.

Sulle prime nessuno dei tre operatori di turno al momento dell’inizio dell’infezione si era accorto di nulla: sì, avevano notato della gente correre, ma era normale in un sabato sera. Poi avevano notato che qualcuno si attaccava al collo di qualcun altro, ma anche questo poteva essere solo un litigio tra innamorati, oppure uno sfogo erotico sempre tra innamorati. Improbabile che fosse un tentativo di aggressione.

Dopo che questo “sfogo erotico” era stato reiterato per una dozzina abbondante di volte, almeno stando alle immagini, uno dei tre cominciò a dubitare che si trattasse davvero di affari tra fidanzati e che forse c’era qualcosa che non andava per il verso giusto.

«Ma cosa cazzo sta succedendo lì fuori?!» riassunse efficacemente il più perspicace del gruppo, «Guardate lì, nella dodici – avevano il vezzo di chiamare gli schermi con il numero progressivo, scelta piuttosto comoda visto che il numero compariva in basso a destra di ogni pannello – cosa sta facendo quello?!»

«Mi sembra che stia… baciando quell’altro?» aveva risposto uno dei colleghi, non esattamente in cima alla scala dell’intelligenza, almeno in quella stanza.

«Ma ti sembra che lo stia baciando? Non vedi come si agitano? Lo sta mordendo!»

Nel piccolo visore l’aggressore si alzò, e i tre sorveglianti videro chiaramente la macchia scura sulle sue labbra.

«Sangue!» disse il terzo, che stava in una posizione intermedia nella scala di cui sopra.

«Cazzo, l’ha morsicato!» disse il secondo.

«L’ha ucciso» urlò il primo, deducendo la situazione dal corpo dell’aggredito che era rimasto a terra, all’apparenza inanimato.

«No, guarda, si rialza! Ma cos’è una specie di gioco?!» disse il terzo.

Il loro sguardo percorse tutti gli schermi – erano abilissimi in questo: partivano dal numero uno e arrivavano al trentadue facendo volare gli occhi sui pannelli – e videro che su un buon ottanta percento (venticinque su trentadue, sempre per i meno ferrati) c’erano scene simili: gente che mordeva, gente che veniva morsa, gente che cadeva e poi si rialzava e poi andava a mordere qualcun altro, che cadeva, si rialzava e andava a… Va be’, avete capito.

I tre si guardarono, un po’ indecisi se avvertire le altre forze dell’ordine oppure se aspettare di avere qualche sicurezza in più circa quello che stava avvenendo. Ma l’addestramento ebbe la meglio, e decisero di seguire il protocollo.

Il primo alzò una cornetta e premette un solo pulsante sulla tastiera numerica: attese pochissimi secondi.

«Pronto intervento. Dica».

«Sì, salve, è la centrale operativa. Credo ci sia un’emergenza in centro e…»

«Che tipo di emergenza?»

«Sinceramente non saprei dirle, mi pare che ci siano numerose aggressioni…»

«Può darmi un indirizzo esatto?»

«No, sinceramente…»

«Senta, qui siamo sommersi da chiamate di cittadini che vedono aggressioni da tutte le parti, poi arriviamo e non troviamo nessuno: vi mettere anche voi a prendere in giro?!»

«Ma no, ci mancherebbe. È che gli aggrediti vanno via con gli aggressori».

«Scusi, come ha detto?»

«Che gli aggrediti vanno via…»

«Sta scherzando?!»

«No, magari… Senta io vedo che in tutta la città ci sono queste aggressioni: gente che attacca qualcuno, poi scappa. E l’aggredito cade, poi si rialza e si mette a correre anche lui».

«Ma non è possibile… Senta, riesce a darmi un indirizzo, in modo da indirizzare meglio le volanti?!»

«Direi più o meno tutta la città: fare uscire tutte le pattuglie che avete e fate attenzione».

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