I Veganti – 06 – PANICO!

Prima che si arrivasse a parlare di “Zombie” passarono ancora alcune ore.

Il primo a sbilanciarsi fu Guidalberto Prusot, uno dei giornalisti della sede regionale della televisione nazionale (un giro di parole complicato per dire uno del posto) che per motivi di anzianità venne sbattuto davanti alle telecamere per un’edizione straordinaria.

Tutto fermo. Il tecnico di sala contò ad alta voce a rovescio partendo da cinque e saltando l’uno, poi indicò il giornalista. Contemporaneamente si accese la luce rossa della telecamera.

«Buonasera. Interrompiamo le trasmissioni per una notizia appena giunta in redazione e di una certa gravità. – Guidalberto aveva una discreta capacità melodrammatica, per cui sentì che qui andava fatta una pausa per aumentare la suspense – Pare, il condizionale è d’obbligo, che nella nostra città si sia scatenata un’ondata di aggressioni al momento ingiustificate. Sono giunte da ogni quartiere segnalazioni di attacchi da parte di diverse persone che sembrano colpire casualmente, scegliendo le proprie vittime a caso…»

Si fermò per qualche secondo mettendosi un dito in un orecchio, per sentire meglio quello che gli veniva detto nell’auricolare e per fare capire al pubblico quello che stava facendo.

Per scrupolo aggiunse: «Un momento, mi dicono dalla regia…»

Ancora qualche secondo in cui si sentì distintamente un vocio stridulo che dall’auricolare riverberava nel microfono.

«Sì, va bene – tornò a parlare agli spettatori – A quanto pare, secondo quanto mi hanno detto dalla regia, pare ci siano molti feriti, ma nessun deceduto. Ripeto, pare che non ci siano stati decessi. Questa è una buona notizia, certamente, ma è necessario capire cosa stia succedendo – aveva il gusto per la frase detta bene – per poter fronteggiare l’emergenza…»

Di nuovo si mise il dito sull’orecchio.

«Un istante… Ah, bene… dovremmo avere il collegamento con Federica Vignola che si trova in strada… Federica, ci sei?»

La ripresa si spostò sulla telecamera due, quella dei campi lunghi, e di fianco al giornalista comparve uno schermo che si animò subito: ci fu qualche secondo di agitazione causato dalla telecamera remota che veniva aggiustata sulla spalla del tecnico, poi tutto si stabilizzò. Nell’inquadratura c’era l’inviata con un grosso microfono in mano.

«Sì, eccoci qui Guidalberto. Siamo nella zona di piazza Pestalozzi, vicino alla nostra sede, e siamo venuti a cercare di capire cosa stia succedendo. Come potete vedere – la telecamera si spostò a inquadrare la zona – c’è molta gente in strada, molti sembrano spaventati, ma qui non sembrano esserci problemi… Proviamo a parlare con qualcuno».

La giornalista fece un cenno al cameraman e si incamminò verso un gruppetto di ragazzi.

«Salve ragazzi, scusatemi: cosa ci fate qui? Sapete qualcosa di quello che sta succedendo?»

Il gruppo era composto da tre ragazzi e altrettante ragazze, tutti molto agitati, vestiti con delle tuniche chiare e muniti di sandali: le donne stavano vicine tra di loro, mentre i maschi, per dimostrare la loro spavalda virilità, erano separati, tutti e tre con le braccia conserte e un’espressione che voleva sembrare truce ma era solo preoccupata.

«Mah, sinceramente non lo so – disse uno dei ragazzi – stavamo al MacGreen qui dietro a farci un frullato di sedani e rape, quando sono passati una dozzina di tizi molto… strani».

Intervenne una delle ragazze: «Si muovevano strani, sembravano quasi…»

«Di gomma!» disse un’altra ragazza. Il gruppo fece ampi segni di assenso: «Sì sì, esatto, di gomma!»

«Capisco – intervenne la giornalista – Ma cosa facevano?»

«Sono passati davanti al MacGreen, si sono attaccati alla vetrina…»

«Spaventando tutti a morte!»

«Sì, esatto… E sembravano annusare! Poi sono andati via!»

«Ma quindi niente di particolare, strani ma non pericolosi».

«No no, pericolosi non mi sono sembrati…» replicò uno dei ragazzi in tono dubbioso.

Intanto si erano avvicinate altre persone.

Un anziano con un cagnolino delle dimensioni di un topo chiocciò: «Io ho chiamato la Polizia! Mi hanno detto ‘arriviamo subito’, ma lei li ha visti? Io no! Che vergogna!»

Altri sostennero di avere chiamato a loro volta, ma che nessun esponente delle forze dell’ordine si era presentato, e la parola “vergogna” divenne la preferita del momento.

Dopo qualche secondo di baraonda infernale con i sei amici del primo gruppo sopraffatti in numero e voci dai nuovi arrivati, Guidalberto Prusot decise che era ora di chiudere il collegamento.

«Bene, Federica, per adesso direi che può bastare. Chiamaci se ci sono delle novità».

Si volse verso la telecamera: «Bene, a quanto pare la cosa è meno drammatica di quanto sembrasse all’inizio. Certo è che è necessario prestare attenzione, ma ci riserviamo di dirvi qualcosa nel momento in cui sapremo… Un momento, la regia mi sta dicendo che abbiamo in contatto telefonico il comandante dei Vigili Urbani, il dottor Artemisio Flagelli… Pronto, dottor Flagelli?»

La voce che arrivava dal telefonino era completamente priva di bassi, pregna di acuti e decisamente fastidiosa.

«Sì, buonasera».

«Buona sera, comandante. Ci dispiace disturbarla, ma vorremmo sapere cosa…»

«Guardi siamo in piena emergenza qui alla sede operativa. Le posso dedicare pochi minuti».

«Va benissimo, lo capisco perfettamente: dicevo, cosa sta succedendo?»

«Guardi – Flagelli iniziava spesso le frasi con guardi – come le dicevo la situazione è caotica, e stiamo facendo fatica anche noi a capire cosa sta succedendo di preciso. Abbiamo avuto la segnalazione di numerose aggressioni da parte di persone non meglio identificate che hanno attaccato cittadini inermi e li hanno… ehm, morsicati»

«Morsicati?!»

«Sì, pare che abbiano dato un morso e poi siano fuggiti».

«Ma… allora sono pericolosi! Come dei vampiri o degli… zombie!» esclamò Prusot dando precedenza allo spettacolo e dimenticando la prudenza.

«Guardi, sinceramente non so ancora cosa dirle: sappiamo però che non abbiamo ancora ricevuto denunce o querele da parte di persone colpite, per cui non so se si può parlare di pericolo vero e proprio… E poi direi che non è il caso di scatenare il panico, non trova?!» Terminò la frase fulminando con lo sguardo il giornalista che comprese di avere detto, come minimo, una solenne minchiata e cercò di recuperare.

«Certo, certo, dovete ancora fare delle verifiche immagino, ma a quanto pare non c’è nulla di cui preoccuparsi».

«Guardi, secondo me questo è l’atteggiamento giusto: prudenza e tranquillità… E ora, se non le spiace…»

Guidalberto si affrettò a salutare l’ospite: «Certamente, dottor Flagelli, torni al suo lavoro. Grazie della sua preziosa collaborazione. Sua e dei suoi uomini… e delle sue donne, ovviamente».

L’arrampicata sugli specchi era finita e la comunicazione venne chiusa.

Lo sguardo del giornalista sembrò oltrepassare l’obiettivo della telecamera e disse: «Chiedo alla regia se possiamo tornare a collegarci con la Vignola… Sì? Bene… Federica! Federica sei in onda!»

Nel riquadro di fianco al viso serio del giornalista comparve una serie di righe che non assomigliavano a qualcosa di conosciuto, sembravano storte, messe un po’ a casaccio come se…

«Federica… Federica…» provò a chiamare, aggiungendo a bassa voce (ma non abbastanza) «Ma… è caduta la telecamera?» rivolgendosi ai tecnici presenti in studio.

Questa affermazione ebbe il potere di far capire che sì, la telecamera era a terra e che sì, la ripresa era storta. A quel punto non sembrò così strano vedere due piedi fermarsi davanti all’obiettivo con la caviglia che puntava decisamente verso destra (anche se tecnicamente una caviglia non dovrebbe avere la capacità di puntare in qualsiasi direzione).

«Federica! Federica! Federica sei in onda!» chiamò ancora un paio di volte, poi si rivolse di nuovo alla regia: «Forse è meglio aspettare e tentare il collegamento fra qualche…»

Si interruppe di colpo.

Nello schermo i piedi si erano girati ed erano comparse due ginocchia, poi due mani e infine la faccia della collega: pallida, con un colorito malato e gli occhi persi nel vuoto, osservava la telecamera come se non fosse in grado di comprendere di cosa si trattasse.

«CHIUDETE! CHIUDETE!» urlò il professionista, ma un attimo prima che il cartello “Ci scusiamo per l’interruzione causata da motivi tecnici” apparisse al posto dello studio si sentì chiaramente un urlo possente che venne interrotto solo dal suono del monoscopio.

«VEEEEEERD… tuuuuuuuuuuuuuuuuuu».

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