I Veganti – 07 – Rivelazione

Jack era estremamente, profondamente, indubitabilmente preoccupato.

Osservò con maggiore attenzione, avvicinando il viso, e l’unica cosa di era assolutamente sicuro era che la situazione era grave, molto grave. Una volta fatto il pasticcio non si poteva tornare indietro in nessun modo.

La cassetta nella vecchia radio finì di srotolare “Brama Lama Din Don” in una versione techno-pop e, dopo un secondo di attesa, fece partire “Lascia stare che neanche io capisco”, la struggente ballata rock di Menisco e i suoi Legamenti.

Prese un cucchiaino, lo intinse nel liquido e ne prelevò una piccola porzione. Lo avvicinò alle labbra con circospezione, palleggiò sulla lingua e infine si decise a deglutire.

Dovette sforzarsi ricacciando indietro un conato di vomito da dove stava arrivando: “Troppo sale” pensò.

Naturalmente un principiante della sublime arte della culinaria, o della gastronomia o anche solo semplicemente del “fare bene da mangiare” si sarebbe immediatamente arreso e avrebbe buttato il prezioso nettare direttamente nel water più vicino.

Ma Jack no.

Jack sapeva perfettamente come risolvere il problema.

Aprì il secondo sportello della cucina ed estrasse da un sacchetto alcuni pezzi di pane vecchio, ne valutò a occhio la quantità necessaria, e li gettò nella minestra.

Aspettò una decina di minuti prima di controllare: sciacquò il cucchiaino utilizzato prima (non si spreca nulla in cucina, neanche gli utensili) e lo usò per controllare la situazione.

“Ecco, risolto” si disse impostando una nota allegra.

Tolse il pane e lo mise in un piatto, mise un coperchio sulla pentola e spense il fuoco. Con un sospiro soddisfatto andò a sedersi sulla poltrona, prelevò da una scatola una canna e se l’accese, quindi aprì il libro che stava leggendo alla pagina in cui si era fermato: Jack non usava segnalibri perché era convinto che fosse un ottimo esercizio per la memoria.

E poi il libro che stava leggendo, dal coinvolgente titolo “La coltivazione della canapa in ambienti ristretti” di Venceslao Murisenghi, uno dei migliori vegetalisti del mondo intero, era così affascinante che tra una sessione di lettura e l’altra non passava certo abbastanza tempo da dimenticare a che pagina fosse arrivato.

Era arrivato all’inizio del capitolo otto, “Rinforzare la pacciamatura usando il pluriball” quando gli venne in mente che aveva lasciato i pezzi di pane sul piatto, e che questo rischiava di diventare un brutto caso di spreco casalingo. Chiuse il libro, tornò alla cucina e prese il piattino; uscì sul balcone e mise il contenitore sul bordo del balcone che lui stesso aveva modificato per poter servire da mensa per i tanti uccellini che giravano nella sua zona. Non che il pane fosse la scelta migliore, visto che c’era il rischio che facesse gonfiare i piccoli stomaci, ma in questo caso, essendo già umido gli animaletti l’avrebbero mangiato in pezzi più piccoli e non idrovori e avrebbero evitato problemi.

Si raddrizzò per osservare che il piattino fosse piazzato bene: era perfetto.

Facendo questo movimento vide da lontano il punto dove la via che conduceva a casa sua, una piccola strada secondaria di una zona di periferia, incrociava con un’arteria più grande.

E lo vide.

Era esattamente in mezzo alla carreggiata, con le gambe larghe, le braccia ciondoloni che si muovevano appena avanti e indietro. La mascella cadente e uno sguardo vacuo, ma piantato nella sua direzione. La testa si muoveva in su e giù in modo che sembrava non avere senso, fino a quando Jack non si rese conto che stava annusando l’aria.

“Che strano…” disse tra sé e sé.

Il tipo rimase qualche secondo in quella posizione impegnato ad aspirare aria per certi suoi motivi specifici e misteriosi; venne raggiunto da un altro tipo che si muoveva in modo curioso, si girò e cominciò a correre nella strada principale. Appena sparito passarono altri che correvano tutti nello stesso modo: prima due, poi un terzo e poi in tanti, tutti insieme.

Altri si fermarono a guardare nella sua direzione, facendo la stessa manfrina dell’annusare l’aria per un po’ e girandosi subito dopo per seguire la fiumana.

Jack era stupito. Preoccupato e stupito.

Alzò le spalle e si chiese: “Ma cosa cavolo sta succedendo?!”

Tornò in casa e interruppe la voce di Menisco, trafficò un po’ per selezionare una stazione decente, scatenando una serie di crepiti e contumelie elettroniche, e finalmente riuscì a trovare un canale dove quello che veniva detto era al di sopra della soglia di comprensibilità.

«… ormai chiaramente di epidemia. La città è completamente sotto assedio da parte di infetti che attaccano indiscriminatamente tutti coloro che incontrano, rendendoli a loro volta agenti di diffusione del contagio. Ripetiamo che il Governo ha dato ordine di coprifuoco immediato: restate a casa, non uscite per nessun motivo, se state male non andate negli ospedali, se un vostro familiare è stato contagiato confinatelo in una stanza dove non possa nuocere! Ripetiamo, siamo in presenza di una epidemia…»

Jack ascoltò ancora per qualche minuto, provò a sintonizzare su altri canali, ma tutti trasmettevano le stesse farneticazioni isteriche: state a casa, non uscite, scappate, evitate, eccetera…

“Ma cosa cavolo sta succedendo?!” ripeté fra sé sempre più stupito.

L’unica cosa che gli rimaneva da fare era di parlarne con qualcuno di fidato.

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