I Veganti – 09 – Centrale Operativa

La grossa tenda piazzata su un lato dell’accampamento aveva la chiara funzione di Quartier Generale dell’Esercito, e aveva il compito di centralizzare e organizzare tutte le Forze necessarie per fronteggiare l’emergenza Zombie. Questa era il compito ufficiale, ma fino a quel momento si era tradotto in un gran urlare di ordini, a volte contraddittori, correre di soldati che portavano dispacci, cliccare di tecnici che pigiavano tasti forsennatamente, gente che entrava, vedeva che non era aria e usciva di corsa. Insomma, un enorme casino bene organizzato.

Al centro di questo vorticoso susseguirsi di eventi, stava in piedi, con i pugni ben piantati sui fianchi, in atteggiamento bellicosamente infuriato, nientepopodimeno che il Generale Giangianni Tamburobattente, comandante in capo del Corpo dell’Esercito di Contrasto all’Attacco Zombie (CECAZ, sigla che non c’era verso di pronunciare senza scatenare una certa ilarità).

Ogni tanto lanciava un ordine, un grido, un richiamo; altre volte solo delle urla di incitamento che andavano dal «Forza, rammolliti!» fino al classico «VEEEEEEEEEEEEEEEELOCI!» con cui aveva terrorizzato interi battaglioni.

In quel momento, tagliando il flusso di operatori che girava intorno all’ufficiale, si infilò un sergente dall’aria trafelata, che gli si piantò davanti salutando militarmente. Il generale rispose con un cenno: «Dica, sergente, rapido!»

«Sissignore! Ci sono delle novità, signore!» urlò il sottufficiale.

«Quali novità?! Veloce!»

«Uno dei soldati crede…»

«Crede?!»

«Pensa…»

«Pensa?!»

«Ha scoperto qualcosa che potrebbe essere utile, signore!»

«Fallo venire, veloce!»

«LIMONTI! A RAPPORTO DAL GENERALE!» urlò ancora più forte il sergente in direzione del varco d’ingresso. Entrò un soldato correndo lentamente, ma dando l’impressione che non sarebbe potuto andare più veloce di così. Si piantò davanti al generale salutando militarmente, l’ufficiale rispose nuovamente con un cenno stizzito.

«Parla, soldato, rapido!» Come si può notare, il tono del generale era sempre piuttosto lineare, il che in fondo era una sicurezza.

«Signore, io e il caporale Toscanini eravamo in perlustrazione nel settore dodici…»

Il generale si girò verso un punto imprecisato dietro di lui: «QUAL E’ IL SETTORE DODICI?!»

Da un altro punto imprecisato di fronte all’ufficiale arrivò la risposta: «Periferia nord, signore!»

«Prosegui, veloce!» lo incitò.

«Sissignore. Io e Toscanini stavamo pattugliando il settore dodici…»

«L’hai già detto, prosegui!»

«Sissignore: mentre stavamo affrontando il nemico…

Il vicolo era piuttosto lungo, almeno un centinaio di metri, e per questo motivo il soldato Limonti e il caporale Toscanini erano sufficientemente sicuri di non essere in immediato pericolo. Stavano ognuno a un lato del varco, ben nascosti dietro i due angoli opposti, e osservavano da quella posizione sicura il flusso di strani personaggi all’altro lato. Un centinaio di metri, si è detto, una distanza che però non riusciva a farli rilassare.

Erano arrivati a quel punto svicolando per ogni possibile pertugio, evitando tutti i corsi, i viali, le vie principali, le vie secondarie, e anche quelle minori. Avevano tagliato per vicoli secondari, forse anche terziari, attraversato almeno una dozzina di orti urbani (facendo parecchi danni ai cavoli, tra l’altro), e grazie a questa tattica erano riusciti a evitare la marea di Zombie che aveva invaso la città.

Finora.

Ora però erano in stallo: nel piccolo cortile in cui erano arrivati potevano solo uscire attraversando la viuzza davanti a loro, oppure tornando indietro attraverso i orti e vicoli e facendo un lungo, lunghissimo giro che nessuno dei due voleva fare. Però davanti era davvero un incubo: la mostruosa fiumana non accennava a diminuire, e passare da quella parte era praticamente impossibile da fare senza rischiare la pelle. E Girolamo Limonti e Arturo Toscanini (omonimo del Maestro, ma non parente) alla pelle ci tenevano davvero molto, anche se erano dei militari.

Soldati, non scemi.

«Cosa facciamo, Tosco?» chiese Limonti che, essendo solo un soldato, dipendeva dalle decisioni del commilitone, più alto in grado.

L’altro, preso dalla sua posizione gerarchicamente superiore, verificò la situazione, analizzò lo stato delle attrezzature e delle loro divise (erano pieni di macchie di verdura per colpa delle deviazioni in mezzo agli orti), poi elaborò la risposta da dare al sottoposto.

«Non ne ho idea, Limo».

«Questo sì che è rassicurante, porca miseria».

«Non posso farci nulla. La situazione è questa: o torniamo indietro o superiamo quella… mandria».

Guardò verso il commilitone indicando verso l’alto: «Come vedi non c’è la possibilità di salire, la finestra più bassa è ad almeno quattro metri, per cui le alternative finiscono qui: davanti o indietro».

Mentre i due erano alle prese con un dilemma che al confronto Amleto è uno a cui affidare i propri risparmi, e stavano osservando verso la fine del vicolo cominciando a pensare che sarebbe stato molto, molto meglio tornare indietro, proprio dalla direzione che avrebbero volentieri preso per evitare la mandria, sentirono arrivare un urlo terrificante.

«VEEEEEEEEEEEERDE!»

L’addestramento militare fece il resto: il grido bestiale era troppo simile a quelli che usava il generale Tamburobattente per stimolare i suoi numerosi sottoposti per non farli scattare rapidamente in avanti, lungo quello stesso vicolo che avevano deciso di non percorrere, e senza curarsi dell’origine dell’urlo.

Le divise ingombranti e l’equipaggiamento li rallentavano notevolmente, e per questo motivo anche il dinoccolato muoversi dei mostri che li inseguivano era sufficiente a stare al loro passo. Per di più il vicolo era davvero molto stretto e i due non potevano correre affiancati; però cercavano di sopravanzare l’altro, e tanto più gli inseguitori si avvicinavano, tanto più si davano gomitate tra di loro per arrivare per primi allo sbocco.

Anche se le leggi della fisica lo impediscono, riuscirono ad arrivare contemporaneamente e vennero espulsi dal vicolo come un tappo da una bottiglia, allargandosi uno a destra e uno a sinistra e cadendo dopo un paio di metri di tentativi di restare in piedi.

Restarono entrambi nella posizione del tappeto di pelle d’orso per qualche secondo, guardandosi tra di loro terrorizzati. Poi, contemporaneamente, abbassarono la testa e la coprirono con le mani.

La speranza era che la fine fosse rapida e indolore, ma sapevano che non sarebbe stata né una né l’altra: nel corso dell’addestramento fatto quella mattina, avevano visto alcuni video in cui si vedeva come le vittime si contorcessero furiosamente quando venivano assalite, e di come la loro agonia durasse diversi minuti prima di diventare a loro volta dei mostri.

Avevano delle armi, forse avrebbero potuto…

Ma i due erano soldati, non scemi, e di spararsi non ci pensavano nemmeno.

Anche perché… ormai avrebbero dovuto essere morsi, attaccati, divorati; insomma quello che gli zombie facevano.

E invece niente.

Alzarono la testa più o meno nello stesso momento.

E gelarono. Gli zombi erano tutti intorno a loro, sembravano osservarli perplessi con i loro occhi vuoti, privi di espressione, le bocche da cui gocciolava un po’ di bava densa e verdastra. Ogni tanto si guardavano tra di loro, i mostri, come a cercare una spiegazione a qualcosa che non capivano. Ma cosa avrebbero mai potuto capire quei demoni?! Erano solo dei corpi senza cervello, senza anima: degli zombi, appunto.

Uno di loro lanciò un verso dall’evidente accento interrogativo: «Verde?»

Un altro si sporse in avanti e avvicinò il volto a Toscanini, che rimase immobile, con gli occhi spalancati, a cercare aiuto da Limonti che si guardava bene dal fare anche solo un fiato, quindi rispose: «Verde!»

Il primo sembrò soddisfatto, piegò la testa all’indietro e gridò a sua volta: «VERDE!»

Ricominciò a correre, seguito da tutti gli altri, compresi quelli che erano sbucati dal vicolo.

I due commilitoni rimasero a terra immobili per alcuni minuti; poi, poco per volta, si resero conto che la mandria era terminata, a parte un paio di elementi all’apparenza sbandati che si guardavano intorno come a cercare un numero civico in una città sconosciuta.

Era sicuramente arrivato il momento di fare rapporto…

«…quindi, per qualche motivo rimasto oscuro, i cosiddetti “vaganti” ci hanno palesemente ignorati, nonostante noi abbiamo profuso tutte le nostre forze per contrattaccare e fermare il nemico che avanzava e…»

«Sì, sì, tutto chiaro, soldato! Bravo; anzi, bravi! – si guardò intorno – Ma dov’è il caporale Toscanini?»

«Signore, il caporale Toscanini ha avuto bisogno di assentarsi qualche minuto in più per poter sopperire a un piccolo incidente occorsogli durante la missione!»

«Che tipo di incidente, soldato?!»

«Un piccolo danno ai pantaloni che lo ha reso impresentabile a un superiore, signore!»

«Niente di grave, spero!»

«Nulla di grave, signore!»

«Bene, molto bene…» per la prima volta il Generale Tamburobattente riuscì a finire una frase senza usare un punto esclamativo, e questo dipendeva dal fatto che si era fermato a riflettere, cosa che non capitava spesso.

Durò pochissimo: «Bene, soldato, vai a recuperare il Caporale Toscanini e mettetevi a disposizione del personale nella tenda medica. Avete cinque minuti!»

Limonti fece un saluto rigido, si girò di scatto e uscì rapidamente.

Il Generale sporse un braccio e un attendente, molto preparato, gli mise in mano un telefono da campo, nel quale l’ufficiale iniziò subito a urlare: «Capitano, le sto mandando due uomini che, a loro dire, sarebbero immuni all’attacco degli zombi! A quanto pare vengono sistematicamente ignorati! Saranno lì fra – controllò il grosso orologio da polso – quattro minuti e venti secondi circa!»

Rimase in ascolto per qualche secondo, poi replicò: «Quello che vuole, Colonnello: li analizzi, li controlli, li setacci, li rivolti come calzini, faccia loro l’autopsia se necessario, ma capisca cosa li rende immuni! Veloce!»

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