I Veganti – 11 – Centro Medico

Quattro minuti e diciotto secondi dopo la telefonata del generale Tamburobattente, Limonti e Toscanini erano sull’attenti davanti al Capitano Federico Dottore, il comandante della Tenda Medica del Quartier Generale.

L’ufficiale li squadrò per qualche secondo: uno di statura media, mentre l’altro sembrava un Watusso a parte il colore della pelle, facendo sembrare l’altro un nano. Divise perfettamente stirate, fresche di tintoria, espressione che voleva sembrare fiera senza riuscirci.

La lunga esperienza lavorativa dentro i più grandi ospedali da campo di tutto il territorio nazionale, permise al dottor Dottore di emettere la sua diagnosi in pochi secondi: “Due pirla”.

Ma in quel momento le loro qualità fisiche e psichiche passavano in secondo o terzo piano rispetto alla loro utilità come portatori sani (forse) della soluzione per il problema degli Zombie.

«Riposo» i due soldati eseguirono, «vediamo di capire. Ditemi quello che è successo».

I due parlarono per alcuni minuti, ripetendo il racconto fatto al Generale Tamburobattente, aggiungendo alcuni particolari che mettevano bene in evidenza lo sprezzo del pericolo e la completa abnegazione che…

«Sì, sì, va bene, siete stati bravissimi. Ma siete sicuri di avermi detto tutto?»

«Assolutamente, capitano, non abbiamo omesso nulla… mi pare. Tu che ne pensi?» replicò Limonti rivolgendosi al commilitone.

«Nulla» si limitò a dire l’altro.

«Eppure…» il dottor Dottore era molto perplesso. Si girò verso uno degli altri presenti nella Tenda Medica: «Sergente – colpo di tacchi in risposta – faccia un ciclo di analisi complete ai due soggetti, il più in fretta possibile».

Nelle tre ore successive i due militari si resero conto che forse erano stati meglio in compagnia degli zombie: venne fatto un prelievo di sangue, uno di urina e uno di feci (per qualche motivo Toscanini si lamentò di quest’ultimo sbuffando un “ancora!” che nessuno capì), vennero rapati a zero e i capelli analizzati dal bulbo alle doppie punte, dove c’erano; da sotto le unghie venne grattato via un po’ di materiale per eventuali anomalie, vennero eseguiti due tamponi faringei e uno nasale in profondità. E, a proposito di profondità, vennero anche eseguite due colonscopie a testa, di cui una con contrasto, e una gastroscopia. Una volta recuperati tutti i materiali possibili e immaginabili, iniziò una serie di test da fare impallidire un astronauta: accelerazione e decelerazione, equilibrio, resistenza al freddo, al caldo, agli insulti e alla visione di un video trap (questa era un’idea del Generale, non si sa bene per quale motivo gli fosse venuta); deprivazione del sonno, del cibo, dell’acqua e delle attività sessuali.

A questo punto qualcuno più attento potrebbe far notare che in tre ore è difficile organizzare dei test di deprivazione come quelli indicati; ma qui parliamo dell’Esercito, e nell’Esercito si può fare qualsiasi cosa. Quindi smettete di ragionare e leggete!

Alla fine di tutto questo i due militari erano davanti al dottor Dottore, questa volta un po’ meno marziali. Anzi, decisamente molto meno marziali: tutte le prove, i test e i prelievi li avevano ridotti a poco più che larve, e dalle loro brandine affiancate facevano una discreta fatica anche solo a tenere gli occhi aperti e gli sfinteri chiusi.

«Accidenti – disse il capitano brandendo un mucchietto di fogli – non risulta nulla, accidenti a voi! Ma per quale maledetto motivo i vaganti vi hanno ignorato?!»

«Capitano…» provò a dire il soldato Toscanini.

«Cosa maledizione vuole?!» fu la replica appena un po’ troppo violenta.

«Ci scusi, ma dovremmo fare una commissione».

«Che commissione?»

«Entro un’ora dovremmo consegnare le divise per farle lavare, altrimenti non ne avremo altre per due giorni. Potremmo andare a consegnarle?»

«Ma sì, andate dove diamine volete, maledizione! Voi e le vostre…»

Trentadue anni prima di quel preciso momento, Federico Dottore aveva la bellezza di otto anni e un preciso progetto per la sua vita futura: non fare assolutamente il lavoro di suo padre.

Il comico.

Purtroppo per lui un pessimo comico: la sua battuta migliore era quando in un cinema o in un teatro qualcuno stava male e chiedeva ad alta voce «C’è un dottore in sala?!» e lui, regolarmente, rispondeva «Io, io!». E questo non mancava di riempire di vergogna il giovane Federico.

Era stato un po’ indeciso sulla direzione da prendere, perché a parte fare il comico, le attività possibili sono davvero tante. Astronauta, aveva pensato sulle prime, ma si era subito reso conto che era una strada difficile. Architetto o ingegnere, era abbastanza indifferente per lui (aveva otto anni, perdonatelo!). Aveva passato in rassegna tutte le attività principali: panettiere, cantante, ristoratore, camionista, militare di carriera (questo non gli dispiaceva), muratore, accordatore di liuti (l’aveva letto in un racconto e anche questo gli era piaciuto fino a quando non aveva saputo cos’è uno liuto). Insomma, aveva analizzato per bene il suo futuro.

Poi un giorno aveva deciso per diventare medico.

Non sapeva di preciso per quale motivo, gli era venuto così: tra i mille lavori che poteva fare, aveva scelto proprio quello.

Strano, no?

Ancora più strano fu che, quando decise di dirlo ai suoi genitori, suo padre, che di solito al di fuori del suo lavoro di comico era piuttosto serio, lo guardò, disse due sole parole e poi cominciò a ridere, a ridere, a ridere. Rise per diversi minuti, cambiando la sua colorazione da rosa, a rosso, poi a blu, nonostante sua moglie cercasse di farlo smettere.

Morì prima dell’arrivo dell’ambulanza continuando a ridere fino alla fine.

E l’eco delle ultime parole di suo padre lo avrebbe perseguitato per tutto il resto della sua esistenza…

«Dottor Dottore?»

Eccole, proprio quelle. Ma adesso le sentì pronunciate da qualcuno vicino a lui… Si era distratto per qualche secondo (forse anche di più) e il suo collaboratore si era preoccupato.

In realtà tutta questa storia non c’entra molto con quello che stava avvenendo nel mondo in generale e nella Tenda Medica in particolare, ma servì a focalizzare tutto sulle ultime parole che aveva sentito provenire dal soldato Toscanini: le divise.

Le cazzo di divise, le fottute divise di questi due imbecilli!

Si erano cambiati prima di venire a farsi rivoltare come guanti!

QUESTI

DUE

COGLIONI!

Dottor Dottore esplose in una bestemmia particolarmente colorita, che riuscì a offendere anche le ciniche e rudi orecchie dei militari presenti, al termine della quale ordinò ai due militare di alzarsi dalle brande e di andare DI CORSA a prendere le loro divise.

Toscanini tentò una timida protesta, ma venne zittito da un perentorio «IMMEDIATAMENTE!» del medico, che troncò ogni protesta. I due si stavano alzando con qualche difficoltà, ma l’urlo del dottor Dottore ebbe il potere di spronarli: tornarono dopo due minuti esatti con le loro divise complete di anfibi, maglietta e biancheria intima.

Misero tutto in due contenitori che vennero spostati nel settore laboratorio e praticamente fatti a pezzi nel giro di mezz’ora (l’Esercito può tutto, ricordate?), e dopo un’altra mezz’ora saltarono fuori i risultati.

«Erba, residui di corteccia, macchie di pomodoro e altri ortaggi, tracce di foglie… Ma dove cazzo siete passati per ridurvi così?»

«Per raggiungere la postazione che ci era stata assegnata, siamo passati attraverso degli orti urbani… Ci dispiace di avere sporcato la divisa, ma non potevamo fare diversamente, dovevamo aggirare il nemico e…»

Il medico non ascoltava più il farneticare di Limonti e Toscanini, perso a un pensiero che collegava le ultime informazioni ricavate dal luridume trovato sulle divise di questi due idioti, con molte altre indicazioni arrivate da tutte le parti del mondo.

La fottuta verdura! Gli zombie non attaccavano le persone che avevano odore di verdura addosso!

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