I Veganti – 12 – Punto d’incontro

Mentre i due prodi fanti venivano sottoposti a numerose e minuziose ispezioni fisiche, psichiche e anche di altro genere, Jack e Cleo continuavano a seguire la mandria che caracollava verso il centro della città. Almeno, quella sembrava essere la direzione, anche se non era del tutto lineare: seguendo il gruppo dal fondo, i nostri due eroi notarono più volte che entravano in una strada andando incontro ad altri zombie che venivano in direzione opposta, poi, percorse poche centinaia di metri, vedevano che tutti tornavano indietro.

Era una specie di “segui Giovanni”, il gioco in cui uno, Giovanni appunto, comincia a fare qualcosa, e tutti gli altri devono fare la stessa identica cosa. Una roba così.

Evidentemente i primi della mandria erano guidati da una forza misteriosa e spinti in una determinata direzione, ma poi, a causa dell’architettura innaturale di ogni città, erano obbligati a tornare sui loro passi per cercare nuove strade per andare dove stavano andando.

Jack era piuttosto stanco di camminare senza meta, per cui alzò la mano destra, la poggiò sulla sinistra e mosse entrambe in su e in giù per tre volte e mezzo: «Ma dove vanno?» intendeva dire.

Cleo sorrise (come sempre: in effetti era un po’ irritante) e rispose a mezza voce: «Non ne sono sicuro, ma credo di saperlo…»

Gesto del carciofo: «E dove?»

«Quando saremo arrivati sapremo se avevo ragione oppure no…» fu la sibillina risposta.

Jack sbuffò senza farsi notare: voleva bene a Cleo, ma alle volte era davvero seccante con i suoi enigmi. Però di solito ci azzeccava per cui tanto valeva stargli dietro e vedere come andava a finire sta storia. Oltre tutto sembrava molto tranquillo, e se a questo aggiungiamo anche il fatto di avere quasi sempre ragione, il risultato non poteva che essere che sarebbe andato tutto bene.

Dopo numerosi e tortuosi andirivieni, finalmente la mandria sembrò rallentare: evidentemente quelli davanti erano arrivati da qualche parte, e quelli che li seguivano, di cui facevano parte anche Jack e Cleo, rallentavano di conseguenza, mentre i primi si piazzavano. Ovunque fossero arrivati.

«Andiamo» disse Cleo inaspettatamente.

Di nuovo il carciofo.

«Seguimi, non preoccuparti. E non correre».

Cleo aumentò appena l’andatura, spingendo sulle ruote della sua carrozzina. Si infilò tra gli zombie seguendo i varchi che si aprivano naturalmente; Jack lo seguiva cercando di evitare il contatto con i vaganti, ma senza quasi mai riuscirci. Ogni volta lanciava un piccolo urlo di ribrezzo che causava di rimando un grugnito da parte dei “mostri”. Cleo svicolò per diversi minuti, percorrendo i vaghi varchi che si aprivano e quasi subito si chiudevano; alla fine, dopo un tempo che a Jack parve incommensurabilmente lungo, finalmente rallentò e disse quello che stava aspettando con ansia.

«Siamo arrivati».

Carciofo.

«Al parco».

Entrambe le mani con il palmo in basso, movimenti rotatori: «Al parco? E che ci facciamo al…?» iniziò a chiedere Jack, ma si interruppe quando vide quello che Cleo aveva già visto e, probabilmente, previsto.

La città in cui si svolge la nostra piacevole storia, come tante altre in tutto il mondo, è fatta di tantissime case, tantissime fabbriche, tantissime persone e pochissimo verde: questo perché, come è ben risaputo, alberi, erba, piante e tutto il resto sono degli ostacoli alla libera circolazione e al libero sviluppo della specie umana. A parte il pessimo vizio di non essere regolari o simmetrici, c’era il grave problema di tutte le schifezze che si portavano dietro: insetti, aracnidi e altre robe immonde, senza parlare del terribile polline e delle sue nefaste conseguenze sull’apparato respiratorio di tanti e tanti cittadini.

Per questo motivo il cosiddetto “verde pubblico” era limitato alla zona centrale della ridente cittadina, dove si riservavano alcuni isolati (pochi, non esageriamo, per carità) a questo male necessario.

E qui, Jack e Cleo ebbero modo di essere i primi ad assistere a uno spettacolo che definire inusuale era quanto meno riduttivo.

Tutti gli zombie erano sparsi sul prato che costituiva la base del Parco Centrale Cittadino, e si muovevano lentamente, come se fossero in una specie di ipnosi. Intendiamoci, non che di solito si muovessero in modo “normale”, ma qui erano ancora diversi dalla loro versione di normalità. Tutti gli alberi sparsi nel prato (una cinquantina in tutto, di svariati tipi e modelli) erano circondati dai vaganti, che li stringevano amorevolmente, appoggiavano il volto sulle scabrose superfici delle cortecce con espressioni di palese voluttà. Qualcuno, che doveva avere delle rimembranze della vita precedente, si abbandonava a un bacio umido, che lasciava qualche leggera traccia sulla scorza ruvida.

Tutti, tutti indistintamente, mugolavano ed emettevano il loro ormai famigerato richiamo, ma questa volta in una tonalità sognante e quasi dolce.

«Veeeeeerdeeeeee…»

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