I Veganti – 13 – Ecco!

C’erano esattamente tre cose che Policarpo Macramè era bravo a fare.

La prima era mangiare. Lo faceva con estremo piacere da sempre; da quando, ancora neonato, terminava il suo biberon fino all’ultima goccia, e sua madre, grande donna e grande lavoratrice, era costretta a tenerne un altro pronto perché tra la fine del primo e l’inizio della sirena d’allarme che la Divina Provvidenza aveva piazzato nella gola della creatura passavano all’incirca sette secondi. Che sembrano tanti, ma sono pochissimi, chiedete a qualsiasi neo-genitore. Questa passione per il cibo, Policarpo se la portò dietro per tutta la vita: da bambino mangiava di tutto, senza quelle idiosincrasie tipiche dei suoi coetanei (cavoli, melanzane, fegato) che anzi, lui si sbafava in quantità.

E non era solo fame, ma proprio piacere di mangiare e di scoprire le sensazioni che il cibo provoca: il pizzicore dei peperoncini, la frescura della menta, la densità della confettura di marroni, la vischiosità delle ostriche…

La seconda cosa era legata alla prima: talmente grande era il suo desiderio di mangiare che aveva imparato a soddisfarlo da solo. Aveva cominciato da piccolo, mescolando cose che gli piacevano, sbagliando e ottenendo terribili combinazioni che non avrebbero potuto essere proposte ad anima viva, ma che erano la base per sapere cosa non si doveva fare. Fece moltissime prove e moltissimi sbagli, e tutto questo, unito a una serie di incontri più o meno casuali che gli aprirono le porte della ristorazione professionale, gli permise di diventare uno dei più grandi gastronomi del mondo. La complessità delle sue preparazioni era diventata proverbiale, così come certe ricette composte da due, massimo tre componenti.

Era magia, non c’erano altre parole per definirla.

La terza cosa, che come vedrete risulterà fondamentale ai fini della nostra storia, era di essere un esperto enigmista.

In ogni caso Policarpo quel giorno stava dando gli ultimi ritocchi alla sua ultimissima creazione gastronomica: una meravigliosa insalata di polpo e patate, che lui aveva unito con arte sopraffina a del pollo in carpione, ottenendo un piatto in cui l’esperienza olfattiva e gustativa andava molto oltre la somma delle due componenti. Era arrivato il momento in cui avrebbe dovuto trovare il nome, quello giusto, quello che nel mondo intero l’avrebbe legato a doppio filo alla sua arte. Era un vero e proprio battesimo, qualcosa che a Policarpo arrivava da qualche misterioso universo parallelo in cui quella certa cosa esiste già, e ha un nome ben specifico, e lui aveva questa incredibile capacità di captarne l’essenza e importarla nel nostro universo.

E come spesso accade ai grandi artisti, l’ispirazione arrivò improvvisa, come uno schiaffo.

«Ecco qual è il tuo nome! Polpollo!»

Il momento del battesimo è sempre una fase delicatissima nella creazione di un piatto, tanto che intorno a lui si era creata una bolla di silenzio, in attesa del nome agognato; e ora che il nome era arrivato, era giunto il momento di riposarsi. E anche in questo Policarpo era un vero maestro: gli bastava sedersi, non aveva importanza se si trattava di una sedia in legno o un divano in vera pelle sfoderabile, chiudeva gli occhi e si concentrava sul nulla per due, massimo tre secondi, e immediatamente crollava in un sonno profondissimo.

Dopo un numero variabile di minuti, ma che non superava mai il numero cinque, si risvegliava fresco come una rosa e perfettamente riposato.

Come facesse era un vero mistero.

Fatto sta che nell’esatto momento in cui aveva iniziato a visualizzare un cielo notturno privo di stelle, qualcosa ai margini della sua coscienza disturbò il delicato equilibrio, e lo costrinse a tornare coi piedi per terra.

«Maestro», bisbigliò una vocina conosciuta.

Policarpo provò a ignorarla, ma era praticamente impossibile; per questo prese un lungo respiro profondo, trattenne per qualche secondo l’aria nei polmoni, quindi espirò lentamente: in questo modo riuscì a eliminare tutta l’ansia che quell’interruzione gli aveva provocato.

«Ditemi, Tancredi», rispose, socchiudendo un occhio.

Nello spiraglio lasciato libero dalla porta appena aperta, c’era la testolina di Tancredi Palladio di Revigliasco, il suo fidato segretario, confidente, maggiordomo e molte altre cose che non è il caso di raccontare qui, un po’ perché non c’entrano con la storia e un po’ perché siamo sul limite della legge, e vorrei evitare problemi.

«Sono profondamente dispiaciuto di arrecarVi disturbo – Tancredi riusciva a mettere le maiuscole di cortesia anche quando parlava – ma ritengo sia mio dovere avvertirVi di una situazione particolare che si sta concretizzando».

«Ditemi, Tancredi», ripeté Policarpo, leggermente infastidito, ma anche incuriosito, visto che mai in trent’anni di onorato servizio, Tancredi aveva osato disturbare il suo lavoro.

«Temo che sia molto complesso da spiegare, e temo altresì che sia necessaria la Vostra presenza. Non solo per renderVi conto di quanto stia succedendo, ma anche per prendere le opportune decisioni circa le misure da prendere».

A questo punto Policarpo Macramè, che era comunque una persona notevolmente curiosa – caratteristica indispensabile in un gastronomo – decise di rinunciare alla micropennichella, e di andare dietro il suo segretario per capire cosa di così strano stava capitando.

«Dove?» chiese a Tancredi.

«Nell’Orto di Levante, Vostra eccellenza», replicò l’uomo spostandosi e inchinandosi al passaggio del suo signore.

Il gastronomo aveva diversi orti nella sua tenuta, ognuno dedicato a un “genere” diverso di verdure, e ognuno di questi era delle dimensioni di un campo da calcio (non ho mai capito perché si usi questa unità di misura: non so quante persone sappiano le dimensioni precise di un campo da calcio senza andare a controllare da qualche parte. Comunque era solo per darvi un’idea di quanto spazio Policarpo dedicava alla coltivazione).

Ogni orto aveva la maggior parte dell’area all’aperto, più una piccola zona coperta da una serra: qui si coltivavano ortaggi e verdure più delicati.

Si diresse nella direzione dell’Orto di Levante, che, come spiegava chiaramente il nome, era in direzione Nord, seguito da Tancredi che cercava di rimanere sempre una ventina di passi più indietro, come indicava il protocollo.

Quando Policarpo superò l’angolo dell’ala Nord della tenuta, ed ebbe fatto pochi passi in direzione dell’Orto di Levante, si rese conto che la situazione era davvero molto, molto anomala, e per di più non circoscritta al solo Orto, ma era debordata ai prati vicini e aveva raggiunto anche il vicino bosco di faggi.

Ovunque lo sguardo del Maestro si posava, incontrava persone – almeno sembravano persone – che si muovevano lentamente, come in trance. Molti stavano accucciati a terra, guardando un’infiorescenza o un arbusto con occhi sognanti, altri si rotolavano su una distesa di germogli di basilico; molti, in lontananza, li vedeva abbracciati ai faggi del faggeto mentre si fregavano contro la scorza e davano baci.

«Tancredi! Ma chi sono costoro?!»

«Maestro, mi duole dirVi che ne sono all’oscuro: si sono palesati circa quindici minuti fa; sono stati avvertito da uno dei fattori».

«Ma cosa vogliono?!»

«Maestro, anche questo lo ignoro. Ho provato a lanciare loro alcuni richiami, ma a nulla sono serviti i miei appelli. Mi hanno palesemente ignorato! Solo alcuni, i più prossimi, hanno issato la testa e hanno guardato nella mia direzione, hanno mosso appena il capo come a verificare chi li stesse importunando, e sono tosto tornati a fare ciò che stavano facendo».

«Ehi, voi!» esclamò Policarpo, indirizzando il richiamo verso un gruppo che stava accarezzando una pianta di fagioli a una ventina di metri da loro. Uno del gruppo alzò la testa e guardò verso di loro. Policarpo rabbrividì: gli occhi della creatura erano liquidi, grandi, neri e profondi, e sembravano osservare direttamente dentro la sua anima. Fu tale l’agitazione per la situazione paradossale, che il polpollo che aveva appena creato, e che aveva dovuto assaggiare per necessità di controllo, decise che era il momento giusto per essere parzialmente digerito, rilasciando una piccola quantità di aria che risalì l’esofago, raggiunse la gola e uscì con un piccolo rumore rasposo.

«Felicità, Maestro» disse immediatamente Tancredi.

«Grazie…» replicò Policarpo, ma tacque immediatamente.

La creatura che aveva guardato verso di loro aveva chiaramente focalizzato lo sguardo su di lui, e le sopracciglia si erano increspate dandogli un aspetto ferino. Lo stava guardando, e lo stava facendo con… odio! Era palesemente odio.

Si alzò in piedi con uno strano movimento fluido e mosse la testa in su e in giù due volte, aspirando rumorosamente l’aria, come se…

«Ci sta…» disse a Tancredi.

«Pare di sì, Maestro. Sembra ci stia…»

«VEEEEEEEEERDE!» L’urlo che uscì dalla creatura non aveva nulla di umano, tranne il fatto di essere chiaramente una parola. Molti degli invasori più vicini scattarono (più o meno: ho detto che si muovevano in modo strano) e controllarono chi aveva urlato e chi stava guardando. Policarpo si ritrovò oggetto di una dozzina di sguardi assolutamente non graditi.

Molti di loro mormoravano «Verde?» tra di loro, in modo chiaramente interrogativo, si guardavano e poi guardavano verso i due. Altri tre si alzarono con qualche difficoltà; il primo si mosse in direzione di Policarpo.

«Maestro, non crede che sarebbe opportuno ricorrere a una ritirata strategica?»

Policarpo Macramè aveva molte doti, l’abbiamo visto qualche pagina fa, ma una gli fallava regolarmente: il coraggio. Non era mai stato un gran cuor di leone; anzi, approfittava della necessità di stare da solo nella sua cucina privata per poter evitare qualsiasi tipo di confronto più o meno fisico.

Per questo motivo, mentre Tancredi Palladio di Revigliasco pronunciava la parola “ritirata”, il Maestro si era già incamminato verso l’interno della villa, correndo come possibile sulle sue corte gambette. Per sua fortuna gli inseguitori erano tutt’altro che in forma, e correvano, se così si può dire, contorcendosi e dimenandosi come fossero fatti di gelatina.

Il risultato della sottrazione tra la velocità di Policarpo e quella dei visitatori era pari a zero, il che vuole dire che andavano esattamente alla stessa velocità. E per questo Tancredi decise di mettere tutto sé stesso per proteggere il suo venerato Maestro: si piazzò davanti agli ospiti indesiderati e alzò la mano destra urlando: «FERMI!»

Policarpo si girò continuando a correre e quello che vide lo terrorizzò ancora più dell’urlo di quella orrenda creatura, facendogli accelerare l’andatura!

Gli invasori scorrevano intorno a Tancredi, ignorandolo quasi come non esistesse, e contemporaneamente tenevano gli occhi fiammeggianti di odio ben piantati su di lui!

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