I Veganti – 14 – Soluzione Finale

«Dobbiamo sterminarli tutti!»

La ricetta del Generale Giangianni Tamburobattente era semplice, anzi, semplicissima: «Procediamo con il primo e il terzo battaglione, mentre il secondo e il quarto accerchiano il nemico alle spalle. Una volta completato l’accerchiamento, riversiamo tutta la nostra potenza di fuoco sul nemico e lo distruggiamo!»

Sparsi intorno al tavolo rotondo sul quale il Generale stava incombendo, erano sedute alcune personalità della politica, della genetica, dello spettacolo e della vicina Chiesa Del Santo Alluce Di San Procopio, in rappresentanza del Clero. Ognuno di loro ascoltava l’intervento di Tamburobattente: qualcuno annuiva, qualcun altro scuoteva la testa, e altri si dedicavano a chattare sul telefonino quanto fosse noioso stare lì ad ascoltare le farneticazioni di un guerrafondaio.

Uno degli scienziati presenti alzò una mano: «No, scusate, ma non sono per nulla d’accordo! E’ nostro preciso dovere studiare queste creature, capire per quale motivo si comportano in questo modo, come fanno a contagiare le altre persone…»

«Mentre voi teste d’uovo studiate, il nemico continua a prosperare! Non vedete che si sono moltiplicati nel giro di pochissime ore?!»

«Ma è proprio questo che dobbiamo capire! Perché prosperano? Che cosa diffonde il contagio?!»

Don Daniele Certamente, detto DinDonDan dai parrocchiani della Chiesa Del Santo Alluce Di San Procopio, si alzò in piedi con lo sguardo intenso e la voce stentorea, il dito indice della mano destra puntato verso l’alto, e scandì: «Ricordatevi che stiamo parlando di nostri Fratelli e di nostre Sorelle!»

Il Generale puntò un dito contro di lui: «Loro ERANO nostri fratelli e nostre sorelle! Adesso sono dei… MOSTRI!»

Pungibardo Faraglione, esponente dell’ala di Estremo Centro del Partito Paritario Pubblico (Il PaPaPu) prese la parola, nel senso che cominciò a parlare mentre ancora il Generale era a “fratelli”, e alzò il tono fino a quando il militare non capì che era inutile cercare di soverchiarne il volume, tanto il parlamentare era abituato a sovrapporsi.

«In questo momento di confusione, non dobbiamo assolutamente farci prendere dalle emozioni e dalle insidie che scelte avventate possono portare alla nostra causa. E’ indispensabile che il nostro operato sia oculato, attento, prudente. Dobbiamo prestare la massima attenzione a non commettere passi falsi in una direzione o in quella diametralmente opposta. E’ importante che quello che decideremo in questo consesso sia – scandì ogni parola battendo con il dito indice sul tavolo – LA COSA GIUSTA DA FARE!»

Il Generale lo guardò, cercando di capire se aveva finito di parlare. Sembrava di sì: «Per questo…» iniziò il militare.

Ma Faraglione era ben lungi dall’avere terminato il suo intervento: «Perché?! Vi chiedo, perché dobbiamo procedere con la cautela del bravo padre di famiglia, eh?!»

Sembrava una domanda. DinDonDan fece per rispondere, ma Faraglione lo precedette: «Perché il nostro Paese ce lo chiede! Ecco perché!»

Altra pausa: almeno due altri convenuti aprirono la bocca per parlare, ma non ci fu verso.

«Il nostro amato Paese ci chiede di procedere rapidamente, ma con cautela! Dobbiamo, amici, dobbiamo avere la prudenza necessaria a fare le cose – di nuovo la manfrina del dito battuto sulla tavola – che vanno fatte, quando vanno fatte e nel modo in cui vanno fatte!»

«Giusto, però noi…» provò a inserirsi lo scienziato.

«QUINDI FACCIAMOLO! – ululò Pungibardo, confermando di meritare il soprannome di Adenoidi – Facciamolo, amici miei, prendiamo la decisione giusta, facciamo vedere che noi non temiamo nulla, che non abbiamo paura di metterci in discussione in prima persona – rivolse uno sguardo penetrante e circolare – in prima persona, amici miei, lo ripeto. Facciamolo per il bene della nostra Patria e dei nostri concittadini tutti!»

Si sedette.

Gli altri presenti rimasero per qualche secondo a guardarsi tra di loro, e nei loro sguardi ricorreva chiarissimo la domanda “Ha finito? Secondo te ha finito? A me pare di sì, ma secondo te?”

Tamburobattente, per non correre il rischio di una ripresa da parte del politico, con un movimento lentissimo e studiato in modo che tutti potessero vedere bene, aprì la sicura della fondina, estrasse lentamente la pistola (un’arma di cui tutto si poteva dire tranne che fosse “di ordinanza”) e la alzò verso l’alto.

«Bene, signori: se abbiamo finito con le parole, io comincerei coi fatti».

Batté i tacchi producendo un rumore che fece vibrare il tavolo, e sparì nel buio che circondava la zona centrale.

«Cosa vuole fare?! Lei è un folle!» gli gridò dietro DinDonDan.

Ma lui ormai era già oltre l’ostacolo, con cuore e tutto.

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