I Veganti – 15 – Verso l’Armageddon

Ormai Guidalberto Prusot aveva perso ogni tipo di remora: si era tolto la giacca, aveva allentato il nodo della cravatta, e sudava in una maniera che definire “copiosa” era palesemente un tentativo non riuscito di minimizzare un evento epocale. In più la sua camicia, che appena indossata era di certo bianca, adesso tendeva più verso un grigio spento.

«Signore e signori – boccheggiava destreggiandosi tra collegamenti che saltavano, inviati che sparivano e un brusio indistinto che proveniva dallo stesso studio in cui si trovava – siamo nel bel mezzo di un attacco oserei dire forsennato verso la nostra (e sottolineo nostra) società. Gruppi di invasori stanno vagando ovunque in città, attaccando gli inermi cittadini e trasformandoli in altri… non riesco a trovare un termine migliore di mostri

Tacque improvvisamente, mettendosi un dito sull’orecchio dove alloggiava l’auricolare. Chiuse anche l’altro orecchio lanciando un grido perentorio a chi stava rumoreggiando nello studio: «Silenzio, maledizione!»

Ascoltò per qualche secondo scuotendo il capo, e mormorando parole di comprensione: «Sì… va bene… dal parco? Ok…»

Tornò a rivolgersi al pubblico: «Signore e signori, siamo in grado di collegarci direttamente dal Parco Centrale con il noto scrittore Murisenghi, autore di numerose guide per la coltivazione dei più svariati ortaggi… Dottor Murisenghi, è in linea?»

Qualche fruscio e qualche rimbombo strano, un eco metallico, poi in un angolo dello schermo comparve un viso magro e affilato, un sorriso vagamente sognante e occhi malinconici. La ripresa era piuttosto mossa, visto che lo scrittore non era un operatore esperto.

«Sì, sono qui, eccomi… Buona giornata a voi. Mi trovavo a passare di qui per certe mie ricerche, e ho visto cosa stava succedendo».

«Ecco, dottore, lei che riesce a vedere, com’è la situazione?»

«Un momento», immagine ballerina per un paio di secondi, poi nero e immediatamente un’altra immagine, molto sfocata, «Giro sulla telecamera esterna del telefonino».

Rapidamente l’auto-focus fece il suo lavoro e nello schermo si vide come le tante creature presenti nel Parco Centrale erano intente ad abbracciare alberi, baciare e leccare l’erba, annusare e accarezzare fiori e a tante altre attività di questo genere.

In quel momento sembravano tutto tranne che pericolosi.

«Incredibile, dottor Murisenghi! Ma cosa succede?»

«Sinceramente non glielo so dire. Forse i Veganti…

«Chi, scusi?»

«Be’, visto che sembrano attratti dalla vegetazione, e vanno in giro vagando, direi che possiamo chiamarli così, no?»

«Veganti! Ottima idea, Murisenghi, si vede che lei è uno scrittore!»

«Grazie!»

«Prego!»

«Lei mi confonde».

«E’ un piacere».

Per fortuna il Murisenghi, da bravo scrittore, riuscì a recuperare il filo del discorso, altrimenti i convenevoli sarebbero andati avanti ancora per parecchio.

«Dicevo, i Veganti sembra che si siano calmati, magari sono sazi. Non saprei… Fatto sta che sono lì tranquilli, non si muovono, sembrano in trance».

Venceslao Murisenghi non aveva bene idea di come si facesse l’operatore di camera, ma ci metteva impegno, anche se un po’ a vanvera: girò il cellulare in modo da allargare l’inquadratura, e in studio un tecnico nominò invano per una mezza dozzina di volte il nome di una divinità principale, ma riuscì a raddrizzare il quadro che si era girato seguendo il movimento del proprietario del telefonino.

La scena era quasi bucolica. Ma era anche destinata a non durare.

Alcuni curiosi si erano avvicinati al limitare del Parco e osservavano la scena, riprendendola con i propri cellulari. Uno in particolare attirò l’attenzione di Murisenghi: invece di immortalare la scena, spostò la borsa che aveva a tracolla e la aprì, ne estrasse un involto e lo scartò, estraendone quello che era chiaramente un panino.

Appena ebbe tolto la copertura in alluminio, uno sparuto gruppo di Veganti, i più vicini, alzarono la testa e iniziarono la manfrina dell’annusamento (ormai abbiamo capito che annusavano, mi pare), girarono la testa e puntarono gli occhi sul mangiatore. In quel momento Murisenghi si rese conto di diverse cose: la prima era che il panino era farcito con mortadella, il secondo che gli invasori erano chiaramente in agitazione e che le due cose erano collegate, e il terzo che il terreno stava vibrando in modo preoccupante.

«Murisenghi! Dottore! Che succede? Cos’è questo rumore?!» disse Guidalberto quasi urlando.

«Non capisco! – rispose lo scrittore – Sembra che ci sia qualcosa di enorme che sta arrivando! Non capisco…»

Gli invasori erano confusi, mentre i tanti curiosi erano proprio spaventati: qualcuno corse via, altri rimasero rintanandosi dietro il primo vicino disponibile, che cercava di fare la stessa cosa creando non poca confusione; e guardandosi intorno alla ricerca del motivo dell’inquietante rumore, che oltre a essere di origine sconosciuta, sembrava anche aumentare d’intensità.

Improvvisamente, da dietro l’angolo di un grosso edificio vittoriano, sbucò una delle cause di tanto fracasso: un carrarmato superò l’angolo e, con qualche aggiustamento dei grossi cingoli, si raddrizzò in direzione del Parco.

A distanza di poche decine di metri ne arrivò un altro e poi un altro e un altro ancora. Infine undici carrarmati erano allineati, con il lungo cannone puntato in direzione del nemico. Dietro si accumularono numerose camionette e altri mezzi, dai quali scesero come un fiume in piena un numero impressionante di soldati, che si andarono a piazzare nello spazio lasciato libero tra un mezzo corazzato e l’altro, riempiendo poi tutta la parte posteriore. Un gruppetto si incuneò davanti ai civili che erano rimasti impietriti, e li fece sloggiare con modi piuttosto decisi.

Tutto questo dispiegamento di forze era stato documentato in diretta da Venceslao Murisenghi che non aveva smesso di riprendere nemmeno per un secondo: anche Guidalberto Prusot era rimasto travolto dagli accadimenti tanto da non spiccicare parola, e con vivo stupore si rese conto che, da quando il primo carrarmato era sbucato nella piazza del Parco, a quando l’ultimo soldato si era posizionato, erano passati circa due miseri minuti. Centoventi secondi circa: più o meno il tempo che impiegava lui a parcheggiare e a scendere dalla macchina.

Il carrarmato centrale (sono undici: uno in mezzo, cinque a destra e cinque a sinistra; dai ragazzi, è matematica elementare! Oh, bravi: il sesto sia da destra che da sinistra) avanzò di un metro rispetto agli altri, alzando nuvole di fumo nerissimo. Si aprì la torretta e ne sbucò il Generale Giangianni Tamburobattente in persona, con i pugni sui fianchi e l’espressione convinta che solo un militare di carriera può avere. Si fece passare un piccolo apparecchio e ci parlò dentro: la sua voce venne amplificata da un numero non precisato di altoparlanti nascosti.

«VOI!» disse indicando gli invasori. Solo il gruppetto più avanzato, quello che si stava avvicinando al ragazzo con il panino, diede segno di averlo sentito. Lo guardarono vagamente confusi, alzando la testa a scatti come al solito nell’atto di annusare. Gli altri continuarono imperterriti a baciare alberi, accarezzare fiori e leccare erba.

«VOI!» ripeté il Generale, «Siete circondati! Arrendetevi immediatamente!»

Quelli sul prato si guardarono tra di loro: nonostante il rumore dei carrarmati, si sentiva che parlottavano, ma non si capiva bene cosa dicessero. Alla fine si decisero, un paio fecero spallucce, tornarono in mezzo al prato e si unirono agli altri gruppi.

«VOI!» disse ancora il Generale che non aveva molta fantasia, «Arrendetevi immediatamente!»

L’unica reazione, che stupì i presenti, e fece imbufalire Tamburobattente, fu quella di uno degli invasori, che si girò appena e spalancò la bocca, inalando rumorosamente aria. Insomma: stava sbadigliando.

Il Generale uscì di qualche altro centimetro dalla torretta, e ululò dentro il microfono: «NON DITE CHE NON VI AVEVAMO AVVISATI!»

Il fatto che fino a quel momento gli invasori non avessero spiccicato parola tranne il solito «verde» non lo sfiorò, per cui non si curò affatto della comicità involontaria della sua affermazione. In effetti non se ne curò nessuno, perché quello che aveva detto, al di là dell’ironia che ci si poteva fare, era molto preoccupante, perché voleva dire che il militare aveva qualcosa in testa, e dal suo tono di voce, non sarebbe stato nulla di piacevole.

E non lo fu, per niente.

«FUOCO!»

Subito dopo l’urlo del Generale, ci fu una frazione di secondo di silenzio, durante la quale l’ordine venne recepito dai cannonieri degli undici carrarmati da questo lato del parco, e dopo un’altra piccola frazione di secondo anche da quelli dall’altro lato. Dalle ventidue bocche da fuoco partì una fiammata e ventidue proietti vennero lanciati in ordine sparso all’interno del Parco Centrale. Un paio finirono oltre senza fare grossi danni, ma tutti gli altri impattarono e distrussero e spaccarono e maciullarono e penetrarono ed esplosero e incendiarono e bruciarono. E provocarono tantissimo fumo, tanto da creare una spessa coltre di nebbia.

L’attacco, se così vogliamo chiamarlo, durò pochi secondi, ma il fumo impiegò molto tempo per alzarsi. Per fortuna c’era una sottile brezza che poco per volta alzò il banco di nebbia. E lo spettacolo che si mostrò a tutti i presenti e, attraverso il telefonino di Murisenghi e la diretta di Prusot a tutto il resto del mondo, fu qualcosa di terribile.

«Murisenghi!» Lo scrittore fece un salto per lo spavento: si era dimenticato di essere ancora in diretta televisiva.

«Di… dica Prusot»

«Ma quello che stiamo vedendo è vero?!»

«Guardi, sinceramente non saprei dirle: qui la situazione è assurda, con i militari che, come avete visto, hanno attaccato i Veganti, ottenendo come unico risultato quello di distruggere completamente uno dei pochi parchi pubblici della città».

«Ecco, infatti, Murisenghi, ci può spiegare in che condizioni si trova il Parco Centrale?»

Lo scrittore diede una specie di colpo di tosse che in realtà era una risata, e questo fece ballonzolare la telecamera per un paio di antipatici secondi: «Quale Parco Centrale? Ormai il Parco Centrale non esiste più, caro Prusot!»

Gli alberi erano stati completamente sventrati e molti giacevano su un lato, con le foglie completamente bruciate, i rami spezzati; uno era stato rivoltato, la chioma distrutta era finita nello spazio lasciato libero dalle radici che svettavano incoerenti verso il cielo. I pochi cespugli rimasti erano scheletri neri senza senso; il terreno sembrava essere stato rivoltato da un enorme aratro, l’erba sparita e nascosta sotto le zolle che puntavano verso il cielo grigio di fumo. I presenti osservavano sbigottiti lo stato del Parco e non si accorsero subito di una cosa assolutamente folle, qualcosa che, con la potenza di fuoco che il Generale aveva scatenato, non poteva essere in alcun modo possibile.

I Veganti erano illesi.

Stavano quasi tutti in piedi a osservare la distruzione che li circondava con un’aria attonita, la bocca semiaperta, un leggero rivolo di bava verdastra che colava lentamente. Non tutti: qualcuno aveva la bocca piena di terra ed erba, ma non faceva nulla per sputarla, un po’ perché sembrava gradirne il sapore, e un po’ perché era probabilmente sopraffatto dalla situazione; per questo si limitava a masticarla roteando lento la mascella, come un bovino.

Nello stesso momento, a qualche isolato di distanza in direzione ovest, Policarpo Macramè stava osservando tutto questo orrore attraverso il televisore del suo studio: vi si era asserragliato dopo l’inseguimento degli invasori, ma a questo punto era ragionevolmente sicuro che fossero andati via, visto che da diversi minuti non sentiva raspare contro la porta. Osservò dalla finestra e vide che i Veganti, come li chiamavano in TV, stavano sciamando verso il prato e gli orti, e riconobbe alcuni di quelli che lo stavano inseguendo.

Quindi l’emergenza era superata. Guardò ancora verso il televisore, e vide che la parte superiore di uno dei carrarmati si stava aprendo.

«NE AVETE AVUTO ABBASTANZA?!» urlò Tamburobattente che, mentre tutti erano concentrati a osservare il disastro, era di nuovo uscito dalla torretta, si era nuovamente munito di microfono e aveva deciso di migliorare la stronzata che stava facendo.

Avrebbe anche detto qualcos’altro di profondo, se non fosse stato per un colpo immane che fece vibrare il terreno come e più dei suoi cannoni.

BUM!

Un solo colpo, violentissimo.

Tutti gli umani abbassarono la testa per istinto; anche il Generale, nonostante l’elmetto che indossava. I Veganti no, anche perché il motivo del boato erano proprio loro.

Lentamente alzarono un piede, chi il destro e chi il sinistro, mentre quelli a terra contribuirono alzando un pugno; poi, come se sentissero tutti lo stesso segnale, abbassarono l’arto per fargli colpire il terreno, provocando un terribile tuono.

BUM!

Per la prima volta un’ombra di dubbio passò sul volto del Generale, che si guardò intorno preoccupato. Non era tanto il gesto del nemico, ma il suo essere perfettamente sincronizzato, segno che c’era una pianificazione dietro; e questo era il peggior difetto di qualsiasi avversario.

L’organizzazione.

BUM!

«Che cosa diamine sta succedendo?! Qui arrivano suoni molto… strani!» urlò il giornalista dallo studio. Murisenghi fece un altro salto di paura (non riusciva proprio ad abituarsi a questo tipo di comunicazione).

«Non si riesce a capire: pare che i Veganti stiano mettendo in atto una specie di… piano, qualcosa di organizzato. Non si capisce bene. Sicuramente pare che il risultato sia notevole, visto che l’Esercito non ha più fatto nulla».

«Un piano?!»

«Sì: stanno agendo tutti insieme, in modo sincronizzato».

«Ma… qualcuno li sta guidando?!» chiese Prusot concitato, subodorando uno scoop ancora più grande di quello che stavano vivendo in diretta.

«Sinceramente non credo… Non che si capisca granché, ma non mi pare che…»

BUM!

Il suono interruppe la comunicazione per un paio di secondi, ma era chiaro quello che Murisenghi voleva dire. Stava per riprendere a parlare, quando

BUM!

un altro colpo lo interruppe. Era passato molto meno tempo tra questo colpo e il precedente e

BUM!

di nuovo pochissimo

BUM!

tempo. Accidenti, stavano accelerando, e lo stavano facendo in fretta!

BUM!

BUM!

BUM!

BUM BUM BUM BUMBUMBUBUMBUMBUM!

Il suono divenne rapidissimo, e perse sincronia: i Veganti battevano piedi e mani sul terreno, provocando una terribile vibrazione che faceva addirittura ballare i carrarmati, nonostante la loro mole massiccia, figuratevi le persone presenti, che faticavano a stare in piedi.

Ma nonostante questo, poco per volta tutti si resero conto di una cosa terribile: i Veganti, mentre sbattevano i piedi in terra, avanzavano. Lentamente, ma avanzavano verso i carrarmati, quindi verso l’Esercito e di nuovo quindi verso la gente che si era nascosta dietro.

Macramè, dallo studio del suo palazzotto, prese la decisione finale: qualcosa gli urgeva dentro e gli diceva che doveva uscire e raggiungere l’epicentro del disastro. Non sapeva perché, ma doveva farlo.

«Oh, caspita» scappò intanto detto a Murisenghi.

«Cosa?» urlò Prusot nel microfono.

«Stanno avanzando!» replicò con lo stesso volume lo scrittore.

«COSA?!» urlò ancora il giornalista, ma non si capì se non aveva compreso la frase o se era sbigottito e spaventato, e anche un po’ ansioso di vedere lo share aumentare ancora di qualche punto.

E nessuno l’avrebbe mai saputo, perché in quel momento, un urlo possente arrivò da dietro la gente che stava dietro i carrarmati che stavano davanti ai Veganti.

«KUUUUU TAAAAAA!»

Tutto sembrò congelarsi. La gente si girò di scatto, i carrarmati no perché ovviamente avevano qualche problema di movimento, e i Veganti si buttarono a terra, abbracciando il terreno.

Al fondo della via era comparso un uomo, di carnagione molto scura, vestito da una pelle di leopardo, con una lancia in mano.

Ngude Mutembe era arrivato in città.

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