I Veganti – 16 – Coincidenza

Non ve l’aspettavate, eh?

Be’, neanche la maggior parte di quelli che erano presenti all’apparizione dello stregone. L’unico che sembrava bearsi e godersi la scena era il solito Cleo, che con la sua calma serafica osservava la situazione come se fosse seduto in prima fila al cinema o a teatro.

Ngude avanzò lentamente lungo la strada, sotto lo sguardo dei cittadini, dell’esercito e delle telecamere che rimbalzavano la sua figura minuta e insieme poderosa su tutti gli schermi del mondo.

Poiché camminava piano, abbiamo il tempo di fare un breve resoconto di quello che era successo negli ultimi tempi, e che aveva spinto lo sciamano ad abbandonare i suoi Nbadu per spingersi nella tentacolare metropoli.

Ricorderete che avevamo lasciato il buon Mutembe in mezzo alla savana con i suoi uomini, senza prede e senza speranza per il futuro del villaggio, con la carcassa della zebra che era partita per altre destinazioni, e nient’altro da fare che riprendere la strada di casa.

Per fortuna, durante il ritorno avevano trovato una colonia di capibara di una dozzina di capi, tra adulti e cuccioli, e ne avevano fatto man bassa. Naturalmente lo stregone aveva fatto in modo di assumersi il merito, cosa in cui stava diventando piuttosto bravo. Quindi avevano fatto il loro ingresso trionfale nel villaggio portando le prede su lunghi bastoni, e avevano festeggiato per un paio di giorni mangiando e saziandosi e ballando. Nel frattempo avevano messo da parte abbastanza cibo per potersi rilassare per almeno un mesetto.

Quindi il problema era temporaneamente risolto, e Ngude Mutembe si era completamente dimenticato della maledizione lanciata sulla carne di zebra e si stava rilassando facendo finta di sapere come curare raffreddori e fratture.

Poi, dopo circa una settimana scarsa, era arrivato trafelato Umulè Takinè, uno degli abitanti del villaggio più vicino, che era comunque a una cinquantina di chilometri. Aveva viaggiato su un vecchissimo Ciao la cui velocità massima era di circa venticinque chilometri all’ora, quindi la notizia che stava portando era di almeno un paio di ore prima.

Venne salutato da tutti gli abitanti del villaggio, che lo conoscevano bene perché era quello “tecnologico”, il nerd della zona: pensate che a casa sua c’era addirittura un televisore! E con una parabola autocostruita riusciva a prendere canali perfino dall’Europa! E proprio grazie a questa altissima tecnologia era riuscito a vedere quello che stava succedendo, e che in una parte del mondo lontanissima da loro si era scatenata una maledizione che ricordava da molto vicino quelle che gli sciamani di tutti i villaggi raccontavano.

Poiché l’eco della caccia degli Nbadu aveva superato la distanza tra i due villaggi, Umulè sapeva che Ngude aveva lanciato quella maledizione ed era sicuro che gli effetti erano proprio quelli che aveva visto nel suo televisore; per questo era corso (si fa per dire) ad avvertire lo sciamano.

Il dialogo si svolse quasi tutto in lingua Nbadu, per cui ve lo scrivo già tradotto; a meno che non possediate un dizionario apposito, vi assicuro che sarebbe un gran pasticcio metterlo in lingua originale. Fidatevi.

«Bella zio!» disse Umulè entrando nella tenda dello stregone.

«Bella fratè! Come butta?!» rispose Ngude.

«Se vive, zi’, se vive. Senti, zio, c’ho da dirti una robba, una spessa però».

«Dimme, fratè».

«Senti, zi’, me sa che hai combinato ‘n casino».

«De che?»

«D’a caccia da’a settimana passata».

«Ma de che?!» insistette lo sciamano.

«Sai quella robba che hai detto quanno te se sono portati la zebbra?»

«Eh, e allora?»

«Eh, me sa che c’hai preso, zi’!»

«C’ho preso? Ma de che?!»

«Sì, quaa storia daa maledizzione, c’hai presente?»

«Eh, c’ho presente sì, c’ho presente. Embè?»

«Eh be’, me sa che quarcuno s’è magnato quaa zebbra che c’hai mannato a maledizzione».

«Ma disci?»

«Eh, me sa».

«Ma li mortacci…»

Terminato questo breve dialogo, Umulè disse a Ngude dove era scoppiata l’epidemia, e lo sciamano decise che doveva assolutamente recarsi sul posto per cercare di risolvere la situazione. Ne parlò con gli altri Nbadu, e questi furono d’accordo con lui: era necessario andare in questa città per risolvere il problema, visto che l’avevano causato loro.

Nbembe era ancora offeso per l’insulto che lo sciamano gli aveva lanciato davanti a tutti durante la caccia, e non gli sembrò vero di poter sfruttare la sua posizione di economo del villaggio per porre una delicata questione.

«Aho, regà, qua nun c’è trippa pe’ ggatti!»

«’n che zenzo?» gli chiese direttamente Ngude.

«Ner’ zenzo che nun c’avemo spicci».

«Ma li mortacci! Ma nun c’avevamo ‘n fondo cassa?»

«Eh, ma so’o semo ggiocato quanno li ‘amo dati a quello lì» concluse indicando Umulè, che spalancò gli occhi e alzò le mani.

«Oh, bono, frate’! Io c’avevo bisogno pe’ pija er gruppo elettroggeno novo! E poi me li avete dati a strozzo, mortacci vostra!»

«E t’ho ccapito, ma mo stamo senza manco mezza piotta!»

La discussione proseguì per diverso tempo sull’argomento economico, con approfondimenti sulle possibilità di acquisto del villaggio e sulle caratteristiche fisiche e intellettuali degli avi dei partecipanti alla riunione.

Alla fine dovettero convenire che, con le risorse a disposizione, l’unica cosa che potevano fare era di procurare un biglietto in classe ultra-economy su un volo diretto tra la capitale del loro Paese e la città in cui la maledizione stava dilagando.

Ngude preparò il bagaglio in pochi minuti, e salì sul Ciao di Umulè, che nel breve giro di circa quattro ore, raggiunse la capitale. Qui comprarono il biglietto, con qualche difficoltà per l’immagazzinamento della lancia rituale dello stregone, che non poteva certo essere messa nel bagagliaio senza le opportune protezioni; e che ovviamente non poteva restare al villaggio.

Un corposo strato di pluriball risolse il problema.

Purtroppo in ultra-economy non venivano forniti film in lingua Nbadu, neanche come sottotitoli, per cui Ngude fece una discreta fatica a rilassarsi; senza contare che non era esattamente a suo agio a qualche migliaio di metri di altezza, dentro una scatola di metallo rumorosa e agitatissima, in mezzo ad altri esseri umani odorosi e vocianti. Per di più aveva come l’impressione di essere oggetto di occhiate incuriosite o spaventate.

Un bambino lo guardava con palese stupore, forse legato al suo abbigliamento (ricordate? Pelle di leopardo…) e Ngude, per tentare di fare una cosa carina, gli disse «Ciao piccino, come stai?»

Purtroppo in lingua Nbadu si diceNgu «Kaatso Guaardi», e per qualche motivo che non capì, quella che doveva essere la madre si adirò molto; probabilmente perché non voleva che il piccolo parlasse con qualche sconosciuto. Molto saggio.

Una volta atterrati, Ngude ebbe la fortuna di capire immediatamente dove recuperare la lancia: prima di salire aveva notato che sul varco in cui la sua arma era sparita c’era il simbolo di una valigia (non ne aveva mai posseduta una, ma sapeva cos’erano: non era mica un selvaggio!), e lo stesso aveva notato vicino a una specie di tappeto circolare che sembrava scorrere.

Quando iniziò a vedere delle valigie arrivare, capì che era nel posto giusto. Infatti, dopo qualche minuto di attesa, ecco la forma inconfondibile della lancia tradizionale. La recuperò, e togliendo il rivestimento si bloccò per qualche secondo: aveva sentito un piacevole scoppiettio! Gli ricordava quello del fuoco al villaggio, quando le fiamme trovavano un nodo. Riprese il foglio di plastica e lo strinse, ottenendo nuovamente quel rumore piacevole.

Lo gettò in un cestino (era chiaramente un cestino per la roba da buttare, c’era un disegnino esplicativo), scuotendo la testa e sorridendo: che gente strana questi uomini di città!

Ancora sorridendo era uscito sul limitare dell’uscita dell’aeroporto, e si era chiesto per un attimo dove avrebbe dovuto dirigersi. Non poteva certo andare dal primo “cittadino” e dirgli «Portami dal tuo capo!»: per prima cosa non aveva idea di come si diceva nella lingua della città; e poi si rendeva perfettamente conto che era una cosa stupida, una cosa degna di Umulè Takinè, ma non certo di Ngude Mutembe!

Chiuse gli occhi e sentì una leggera brezza carezzargli il viso. Dentro c’erano mille odori: alcuni sgradevoli e sconosciuti, probabilmente legati alla città; altri sgradevoli e piuttosto familiari, come certe puzze che la natura produce. E poi c’era quell’odore di torbido, di umido e stantio.

Ecco, era quello che doveva seguire. Camminò per diversi minuti seguendo la brezza, percorrendo strade cittadine praticamente deserte. Alla fine arrivò all’inizio di una lunga e larga strada circondata da pochi alberi, e al fondo notò un assembramento anomalo rispetto al nulla che aveva visto fino a quel momento. Si avvicinò e mentre lo faceva il terreno vibrò: al fondo della grande strada un’enorme nuvola di fumo si alzò e l’odore di muschio venne coperto da un altro, più acre, fastidioso.

Si avvicinò allungando appena il passo, che di norma era piuttosto lento e tranquillo. E quando arrivò vicino notò molte cose che non capì, altre che capì senza dargli troppo peso, e alcune che non avrebbe voluto capire affatto.

Per questo, quando fu giunto a una distanza ragionevole dall’epicentro della battaglia che stava per scatenarsi, aveva lanciato un urlo possente: «KUUUUU TAAAAAA!»

Che in lingua Nbadu vuole dire all’incirca «Ma che ***** state facendo?!»

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