I Veganti – 17 – La conversione semantica delle frasi complesse

Il silenzio era irreale.

Ngude camminava lentamente lungo la strada: sembrava una processione di una sola persona, con tutta la folla che si accalcava lungo i marciapiedi e cercava di vedere l’uomo che era arrivato da chissà dove e che con un solo urlo aveva “bloccato” i Veganti. E anche l’Esercito, a ben guardare.

Ecco, l’unico suono rimasto era quello dei carrarmati che facevano borbottare i loro motori a nafta, esalando nuvole di fumo nero nel cielo.

Lo sciamano arrivò nel punto esatto in cui tutto era equidistante: davanti ai mezzi blindati, prima di quello che rimaneva del Parco Centrale, con i Veganti a poca distanza. Questi ultimi sembrava che fossero stati spenti da un interruttore: la maggioranza stava in piedi, oscillando appena.

Un leggero brusio iniziò a provenire dalla folla: «Cosa sta facendo?», «Nulla, pare stia osservando», «Ma chi è?», «E che ne so?», «Oh, hai visto? C’è un maglione in offerta!», «Dove?!», «Là in quella vetrina», «Oh, caspita: be’, ma c’è casino. Dici che possiamo…», «Cosa?», «Dico, credi che possiamo prendere un mattone e rompere la vetrina e…», «Mah, non saprei, non ho mai partecipato a un’apocalisse», «Eh, addirittura apocalisse. C’è un po’ di casino… Che dici, prendo il mattone?» e altre frasi del genere, tipiche di una folla eterogenea.

Ma non era il momento giusto per vociare, e Ngude Mutembe alzò entrambe le braccia, ottenendo un immediato silenzio.

L’uomo alzò uno sguardo severo verso il Generale che, nonostante la posizione elevata e dominante, sembrava vagamente preoccupato da questo tizio scuro di pelle e vestito in modo inconsueto.

«Uk utu malè?» disse lo stregone in tono evidentemente interrogativo.

«Eh?» rispose il Generale in tono simile.

Curiosamente anche in lingua Nbadu «Eh?» vuole dire «Cos’hai detto?»

«Uk utu malè!» replicò Ngude marcando bene le parole, come si fa quando si parla a un bambino piccolo; o a un ignorante. E per meglio far capire il semplicissimo concetto, indicò verso il Generale stesso.

Il militare si guardò intorno e urlò nel microfono: «Qualcuno capisce cosa dice ‘sto tizio?!»

A una distanza di circa venti metri, Jack e Cleo stavano osservando la scena con sentimenti diversi: il primo era quasi terrorizzato dalla quantità di orrore che aveva visto e molto infastidito dal carrarmati che non smettevano di sputazzare fumo velenoso. Il secondo invece era, come sempre, allegro e felice, e si stava godendo la scena.

Ma quando il Generale fece la domanda, Jack rimase per qualche secondo interdetto. Toccò sulla spalla Cleo, che si girò, e fece un cenno indicando verso se stesso.

«In che senso, “tu”, amico mio?»

Jack si agitò un po’: indicò di nuovo verso di sé, mosse la mano aperta con il palmo verso il basso e di nuovo puntò il pollice. E sorrise, per la prima volta.

«Tu lo capisci?» gli disse Cleo vagamente stupito.

Jack scosse la testa affermativamente.

Allora Cleo si rivolse al Generale e urlò: «Ehi, Capo! Qui c’è qualcuno che capisce!»

Tamburobattente guardò verso chi lo aveva chiamato “Capo”, termine che non apprezzava particolarmente, ma che riusciva ad accettare da questi bifolchi dei civili. Fece cenno a Cleo di avvicinarsi.

Murisenghi immortalò con il suo cellulare la scena, e in ogni televisore collegato a quel momento storico (quindi praticamente qualsiasi apparato adatto a ricevere immagini) venne replicata la visione di un muro di persone da cui si stacca una piccola figura, un omino, quasi un ragazzino, molto minuto e dal volto allegro, su una sedia a rotelle, spinto da un gigante dallo sguardo preoccupato.

I due arrivarono fin sotto il carrarmato di Tamburobattente (il sesto, ricordate?) e si fermarono.

«Che ha detto?» ripeté il Generale.

Cleo guardò verso Ngude e gli fece un cenno ruotando la mano, indicando che doveva ripetere.

«Uk utu malè?»

Cleo si girò verso Jack, che sembrò riscuotersi: si prese il naso e lo schiacciò, quindi mosse l’indice tra i due occhi e lo spostò in alto, verso l’attaccatura dei capelli.

«Ma cosa…?» iniziò a dire Tamburobattente, ma venne zittito da un gesto di Cleo. Che guardò verso il suo amico e chiese conferma con un cenno.

Jack fece di sì con la testa.

«Uhm, ha detto: Mallimor Taccitu Akatsofai?»

«E cosa vorrebbe dire?!» sbottò il Generale, che cominciava ad averne gli anfibi pieni di queste sciocchezze: aveva una guerra da finire, lui!

Per la prima volta Cleo sembrava fuori contesto: era sicuro che tutto ciò che l’aveva condotto lì insieme al suo vicino e amico aveva perfettamente senso. Ma se la cosa si fermava in quel modo allora… era stato tutto uno spreco di tempo.

«Non ha alcun senso, quest’uomo farnetica! Cacciatelo!» ululò ai suoi uomini. Non che si capisse bene se parlava dello stregone, del ragazzo in sedia a rotelle o del gigante, o di tutti insieme, e anche per questo i soldati ebbero quel momento di titubanza che segnò la differenza.

«Fermi!» esplose una voce.

«Oh, mamma mia, e questo chi è adesso?!» borbottò il Generale.

Un omino panciuto si era fatto strada tra la folla e ora si stava avvicinando con passo elegante. Policarpo Macramè era sempre perfetto, anche in mezzo all’apocalisse.

«Ha perfettamente senso» disse il nuovo venuto al Generale.

Il militare era molto stupito: a lui sembravano sillabe messe a casaccio: «Lei mi sta dicendo che ha capito cos’ha detto quel nanerottolo?» disse indicando Cleo, che alzò un sopracciglio, ma non diede segno di essersela presa.

«Esattamente» replicò Macramè. E tacque.

Il Generale Giangianni Tamburobattente aveva tante qualità nascoste, la maggior parte anche troppo nascoste, ma una che di sicuro non aveva per nulla era la pazienza.

Si appoggiò con i gomiti sul bordo del foro della torretta, si abbassò per quanto possibile verso Policarpo e disse con la sua voce più calma possibile: «E avrebbe poi magari anche voglia di dirmi cosa maledizione HA DETTO QUELL’UOMO?!»

«Oh, sì, mi scusi: le ha chiesto che cosa sta facendo».

Il Generale lo guardò intensamente: non stava scherzando.

«Cioè questo tizio vestito come Tarzan mi ha chiesto cosa sto facendo? Io, cosa sto facendo? Secondo lui cosa sto facendo?»

Per qualche misterioso motivo Ngude replicò subito. Non era chiaro come avesse fatto a capire la domanda, ma la sua risposta fu chiarissima: «Ramaja! Abantu Ramaja!»

Jack sogghignò e alzò l’indice di entrambe le mani, sollevandole verso l’alto.

Cleo tradusse: «Nacoì Onatà».

Policarpo Macramè divenne rosso, ma doveva fare il suo lavoro di traduzione: «Una sciocchezza».

«Ha detto che sto facendo una sciocchezza?»

«Ehm, in verità il termine corretto sarebbe “coglionata“… mi scuso, ma ho cercato di esprimere il concetto, non ho fatto una traduzione letterale».

«Ah, quindi secondo questo… tizio io starei facendo una stronzata?!» il tono del Generale stava salendo di potenza e furia.

Ngude serissimo scosse la testa su e giù.

Jack sogghignando fece un pugno con la mano destra e lo batté contro il palmo sinistro, quindi lo ruotò tre volte, poi alzò indice e mignolo e lo scosse due volte; infine ruotò la mano in avanti due volte.

Cleo interpretò: «Bell alì».

Policarpo tradusse: «Sì».

«AVEVO CAPITO!» urlò il Generale spazientito.

Questi… civili (a Tamburobattente non veniva nessun insulto più volgare) volevano spiegare a LUI come si combatte una guerra! Vi rendete conto?! A lui che era, è e sarà per sempre il migliore esperto di tattiche militari esistente al mondo! Era arrivato il momento di dare il colpo finale al nemico che era già evidentemente provato dal primo attacco, e per fare questo doveva togliersi dai piedi questi tre mentecatti. E avendo un esercito a disposizione, non sarebbe stato un problema.

«VOI!» urlò in direzione di un gruppetto di soldati, «Toglietemi questi imbecilli dai piedi!»

I militari agirono rapidamente: raccattarono lo stregone, Jack, Cleo e Macramè e li spinsero con decisione nelle retrovie. I quattro non fecero particolare resistenza, un po’ perché non ne erano in grado per motivi fisici (a parte Jack che avrebbe potuto prendere a palate in faccia uno qualsiasi dei soldati… ma uno solo, magari anche due, di sicuro non tutti), e poi perché lo stregone aveva uno strano sorriso sul viso, e questo aveva fatto capire agli altri tre che qualcosa stava per succedere.

Intanto il Generale aveva ricominciato a ululare i suoi ordini sul microfono, e poiché gli altoparlanti erano ancora attivi, tutti sentivano cosa stava facendo.

Anche se l’ufficiale stava usando dei termini piuttosto tecnici, il suo obiettivo era chiaro: stava per lanciare una nuova scarica di proiettili sugli invasori.

Non c’era bisogno di alcuna traduzione.

Nel frattempo i Veganti erano rimasti più o meno al loro posto, quasi immobili, come se la voce dello stregone li avesse in qualche modo sedati, e purtroppo questo aveva dato al Generale l’impressione di essere in vantaggio: sbagliando di grosso.

Non appena lo sciamano venne messo a tacere, i movimenti degli invasori ripresero: dapprima sporadicamente, un braccio mosso qui, una gamba laggiù, una testa che si girava là. Poi, poco per volta, i movimenti divennero più chiari, come se i Veganti si stessero rimettendo in moto.

Il Generale intanto si era distratto per controllare alcuni fogli che gli erano stati portati da una trafelata staffetta; quando riportò l’attenzione sul nemico, vide che ormai erano quasi al limitare delle rovine del Parco Centrale.

Doveva agire subito!

«MALEDIZIONE! FUOCO! FUOCO PERDIO!»

Era rimasto ben poco da bruciare, per cui le decine di colpi che partirono dai vari carrarmati rimasero visibili dalla partenza all’arrivo, evidenziati dalla loro scia luminosa, e l’impatto sul terreno alzò appena uno sbuffo di terra.

La cosa che lasciò tutti stupefatti, e per primo il Generale, fu che i Veganti ignoravano i proiettili, schivandoli come un ginnasta evita una palla lanciata da un bambino piccolo. Probabilmente era successo anche al primo attacco, ma non si era potuto vedere nulla a causa della nebbia che si era alzata, e l’ufficiale aveva attribuito la mancanza di morti e feriti con una specie di karma galattico positivo: una grandissima botta di culo, in pratica.

L’inutilità delle armi da fuoco sugli infetti era talmente evidente, che dalla folla arrivò un «Ooooh!» che più che sorpresa esprimeva terrore e paura! E il terrore e la paura aumentò quando si resero conto che anche il Generale Tamburobattente stava esalando lo stesso suono e aveva la stessa espressione preoccupata e terrorizzata che avevano loro!

Anche perché i Veganti stavano riprendendo il loro contrattacco: muovendosi nel modo dinoccolato che era loro abituale, ma che nell’attuale situazione sembrava particolarmente inquietante, si dirigevano verso l’asfalto che determinava la fine del Parco e l’inizio della città. Sembravano non avere fretta, e il loro avanzare era decisamente spaventoso.

«FUOCO! FUOCO!» gridò ancora il Generale: i soldati a terra utilizzarono i loro fucili automatici, le pistole semiautomatiche, quelle decisamente manuali, un piccolo bazooka che si erano portati per scrupolo e un paio di bombe a mano, quattro granate incendiarie, due assordanti e un fumogeno dall’inconsueto colore rosso, che però non era stato controllato da parecchio e che si limitò a lanciare una piccola scoreggia purpurea prima di morire definitivamente.

Il risultato di tutto questo sparare e fucilare e lanciare, fu esattamente uguale alla scarica precedente: nulla di nulla di nulla.

I colpi vennero evitati con eleganza e sufficienza anche dal più fuori forma dei Veganti, non aveva importanza se si trattava di uno sovrappeso, di un anziano o di una donna in evidente stato di gravidanza: tutti si muovevano con elegante e crudele indifferenza.

Quando il primo dei Veganti mise il piede sull’asfalto, incurante dei colpi che continuavano a raggiungerli, ci fu un attimo di sospensione: tutti gli infetti si fermarono. Poi dalle retrovie arrivò un urlo ormai consueto: «VEEEEEERDEEEEE!»

A quel segnale l’orda di Veganti prese a muoversi sempre più veloce, attaccando e travolgendo i militari, mentre la folla si girava e iniziava a scappare terrorizzata in tutte le direzioni.

E finalmente, mi viene da dire: da ore stava osservando una guerra in diretta, e a nessuno veniva in mente di essere in pericolo! Ognuno con il suo ridicolo telefonino a testimoniare qualcosa che stavano vedendo tutti, invece di andare a mettersi al sicuro!

I Veganti sciamarono dentro la folla, attaccando e infettando diverse altre persone, come al solito evitando tutti coloro che non erano abituali mangiatori di carne.

Come lo stregone, Jack, Cleo e Macramè, che stavano in mezzo alla baraonda con differenti livelli di attenzione, partendo dal terrore palese di Jack per arrivare alla divertita indifferenza dello sciamano, passando per la curiosità più o meno passiva di Cleo e di Policarpo.

I carrarmati vennero attaccati da gruppi di Veganti che si arrampicarono fino alle torrette; il Generale fece appena in tempo a chiudersi dentro, prima di essere trascinato fuori con le conseguenze che potete ben immaginare. Gli attaccanti non si arresero, e iniziarono a far oscillare i mezzi blindati che, nonostante il loro peso, si misero a ballare in modo preoccupante. Quattro Veganti si misero intorno al portello, che era chiuso dall’interno, e lo afferrarono con le mani, iniziando a tirare senza mostrare alcuno sforzo. Il boccaporto era molto robusto, per cui costrinse i quattro a impegnarsi parecchio, ma dopo qualche strattone, improvvisamente uno dei lati si piegò di poco verso l’alto. Il Vegante che aveva raggiunto il primo risultato lanciò un «VERDE!» e riprese a tirare come un forsennato. Anche gli altri lati cedettero poco per volta e alla fine lo sportello venne strappato e lanciato lontano.

Gli attaccanti si buttarono dentro il mezzo; si udirono rumori di lotta per qualche secondo, poi si aprì il portello posteriore del mezzo, e da qui uscì correndo in modo scomposto una figura che urlava in falsetto frasi sconnesse: ci vollero diversi secondi prima di capire che era il Generale Giangianni Tamburobattente in persona. Aveva perso completamente il suo atteggiamento da Comandante in Capo del Corpo dell’Esercito di Contrasto all’Attacco Zombie (CECAZ) e aveva preso quello di cucciolo impaurito.

Appena vide da lontano il gruppo dei quattro che aveva definito “imbecilli”, fece mentalmente un collegamento tra l’arrivo dello stregone e il momento in cui i Veganti si erano fermati per qualche minuto, e si rese conto che stare vicino a lui era forse il posto migliore al momento. Li raggiunse e si nascose in mezzo a loro.

Questa posizione e il fatto che nelle ultime ventiquattro ore non aveva mangiato nulla (quindi neanche carne) lo fece diventare invisibile agli assalitori, per sua fortuna.

Ngude Mutembe stava in piedi in mezzo al disastro totale e se la rideva: aveva capito un paio di cose di questo casino, e aveva deciso che i gradassi civilizzati avevano avuto una lezione sufficiente per qualche generazione. Era ora di mettere fine alla maledizione, e doveva farlo lui, che l’aveva iniziata.

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