I Veganti – 18 – La fine di tutto

Alzò le mani al cielo, rischiando di cavare un occhio con la lancia al povero Policarpo che non si aspettava il movimento, e urlò con tutto il fiato che il suo esile corpo poteva avere: «URKA

Immediatamente i Veganti si impietrirono, e volsero lo sguardo vacuo verso il punto in cui si trovava l’uomo-medicina; gli umani smisero di scappare non appena si resero conto che gli attaccanti si erano fermati; i soldati avevano smesso di sparare da un po’ perché le munizioni erano terminate.

Di nuovo, come quando lo stregone era arrivato al Parco, tutto era fermo, immobile e in attesa.

La mente di Ngude si perse per una frazione di secondo nei meandri della memoria. Quando studiava da sciamano, il suo maestro gli aveva detto che per annullare una maledizione si deve chiedere scusa e spiegare il motivo per cui la maledizione era stata lanciata. Allora era ancora un giovane apprendista, e l’orgoglio non faceva parte del suo bagaglio personale, per cui non aveva ben compreso in che modo una maledizione potesse essere annullata semplicemente spiegando il motivo per cui era stata lanciata. Ma ora che si trovava davanti alle conseguenze di quello che aveva detto in un momento di rabbia, riusciva vagamente a capire il senso di quello che il suo precettore gli aveva insegnato. Ngude abbassò le mani e le spostò davanti a sé.

Poi parlò.

«AH KTU’» disse con voce profonda, e nel silenzio irreale il suono della sua voce si diffuse per cerchi concentrici, con lui come epicentro e con l’eterno come destinazione finale. I Veganti ebbero un sussulto.

Tremando, il Generale mormorò: «Cosa… cosa ha detto?»

Jack guardò verso Cleo e alzò l’indice e il medio della mano destra, le stesse dita della mano sinistra e li sovrappose formando una specie di losanga; quindi unì pollice e anulare di entrambe le mani ruotandole in orizzontale. Quindi le batté due volte fregandole poi come se se le stesse lavando.

Cleo osservò tutto attentamente, poi tradusse quello che Jack aveva capito.

«Sku satème, mestà vanò agìrali ‘ccoj onì» declamò con scarsa convinzione facendo spallucce.

Policarpo ascoltò attentamente, ma questa volta sembrava indeciso.

«Non è facile, ci sono diversi elementi discordanti qui… Puoi ripetere per cortesia?»

Cleo ripeté la frase incomprensibile. Policarpo aggrottò le sopracciglia, strinse gli occhi e i pugni, si concentrò come mai si era concentrato prima.

E alla fine spalancò occhi, bocca e mani: aveva capito!

A questo punto l’attore che albergava dentro Policarpo Macramè prese il sopravvento: capì che doveva dare un senso drammatico a quello che stava per dire, per cui alzò le braccia come lo sciamano e declamò con voce stentorea: «Uomini, perdonate le mie parole, dettate dalla rabbia, e placate la vostra ira!»

Un’esplosione sonora modificò la densità dell’aria: l’origine era ancora lo sciamano e si diffuse come un’onda gravitazionale in tutte le direzioni, modificando e piegando l’aria, tirandola e spingendola contemporaneamente, fino a perdersi lontano, da qualche parte. Un paio di uccellini della famiglia dei passeracei che passavano da quelle parti, vennero travolti dall’onda di pressione e svennero per due secondi, riuscendo comunque a riprendere il volo in tempo prima di schiantarsi al suolo o contro un albero.

Quello fu l’unico effetti su esseri viventi.

Sui Veganti invece il passaggio della bolla di densità provocò ben altra reazione: man mano che l’onda si espandeva e li raggiungeva, cadevano a terra come bambole di stracci, come se improvvisamente le ossa fossero sparite o non fossero più collegate tra di loro, come se le carni fossero qualcosa di denso. Nel giro di pochi secondi, tutti gli infetti erano a terra.

Il silenzio dopo il boato che aveva accompagnato l’onda d’urto era terrificante, faceva quasi dolere le orecchie; eppure quel dolore era in qualche modo piacevole, foriero di grandi speranze. Tutti si guardavano intorno inebetiti e vagamente increduli: i Veganti erano a terra, sembravano…

«Sono morti?» La voce del Generale Giangianni Tamburobattente era diventata sottile come un ramoscello in procinto di spezzarsi, eppure vibrava di una nota di speranzoso ottimismo.

«Parrebbe…» mormorò Cleo; guardò Jack che gli rispose facendo spallucce, un gesto che non aveva bisogno di traduzioni. Guardarono verso lo Stregone che se ne stava in piedi, con un’espressione indecifrabile; in realtà stava mascherando il suo stupore per l’ennesima dimostrazione che la magia non è poi così complicata.

In quel momento dagli altoparlanti esterni dei carrarmati arrivò una voce tonante e insieme rassicurante; tutti trasalirono, perché nessuno se l’aspettava.

«Amici! Amiche! Il nemico è stato sconfitto!»

Istintivamente si girarono tutti verso il carrarmato centrale (Quello in mezzo, sei da una parte e sei dall’altra… ricordate?) e videro che ben piazzato nel varco dove il portello era stato nuovamente aperto, c’era l’Onorevole Pungibardo Faraglione: nessuno si era accorto che era nei dintorni, che si era infilato nel carrarmato di comando passando dalla porticina posteriore da cui era fuggito il Generale, e si era piazzato nel posto che era stato dell’ufficiale, si era impossessato del microfono, e adesso stava arringando la folla.

«Amici! Amiche! – a Faraglione piaceva questa formula di apertura – Grazie ai potenti mezzi messi in campo con immani sforzi dal nostro Governo, siamo riusciti nella difficile impresa di abbattere questo abominio! I nostri coraggiosi soldati hanno sconfitto questa minaccia che incombeva sulle nostre vite! Siate orgogliosi di come il nostro meraviglioso Esercito ha eliminato il pericolo, di come i nostri uomini e le nostre donne hanno combattuto strenuamente per mettere al sicuro le nostre vite, a come…»

L’onorevole proseguì per diversi minuti a incensare tutti quelli che poteva incensare e che facevano parte del cosiddetto Carro Dei Vincitori, su cui Pungibardo aveva una spiccata abilità a salire, anche in corsa se necessario.

E sarebbe andato avanti ancora per parecchio, se non ci fosse stato un attimo di pausa – dettato dalla necessità di respirare, più che dalla drammaticità dell’eloquio – che venne riempito da una voce a poca distanza.

«MA COSA E’ SUCCESSO?!»

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