I Veganti – 19 – Il Ritorno

Per l’ennesima volta il caso era intervenuto facendo la sua parte bizzarra, e aveva fatto in modo che la voce che era esplosa durante la pausa di Faraglione fosse molto vicina al gruppo dello Stregone.

Un uomo tracagnotto, rotondo, unto e bisunto, con un riporto piuttosto ridicolo e un’espressione stupita resa ancora più comica dagli occhi spalancati, si guardava intorno. Aveva gli abiti stazzonati e ricoperti di materiale verdastro, sembrava… anzi, di sicuro era erba.

«COSA E’ SUCCESSO?!» ripeté, sempre più sbalordito.

Dalla folla si alzò un lieve mormorio incuriosito; poi ci fu un movimento e un ragazzo di dimensioni notevoli, con le braccia grandi quando la coscia di un uomo normale, avanzò nel cerchio rimasto libero tra la gente e il gruppo dello Stregone. L’energumeno guardò il tipo rotondo che sembrava si fosse appena svegliato da un lungo sonno, e dopo qualche secondo riuscì a riconoscerlo: «Dunga?!» disse in tono dubbioso. Sembrava lui, ma insieme non sembrava lui, c’era qualcosa di diverso.

Il dubbio venne sciolto dal movimento dell’omino, che, sentendo il proprio nome, si girò verso il ragazzo.

«Tu sei… Filiberto, il cameriere della Pappatoia – disse come se stesse recuperando il nome e il ruolo dal fondo di una scatola – Ma cosa cavolo è successo?»

Policarpo si inserì: «Vorremmo saperlo anche noi, signore», e si girò verso lo sciamano.

Ngude, che come al solito aveva capito la domanda inespressa, parlò.

«Uku malembe unt kutà maluki. Ulu papè ulu mamè. ‘Ngude bulabà auaje ugudè ugudè».

Jack si mise una mano sulla fronte, poi la girò tre volte, batté le mani e le spostò in avanti. Alzò la gamba destra, poi la sinistra, quindi mise le braccia davanti a sé sovrapposte, le alzò e le richiuse tre volte, quindi si mise le mani dietro la nuca e infine le alzò al cielo.

Era la volta di Cleo di tradurre la traduzione: «Me’tte tenfi laepi ja’r bijet to».

E infine Policarpo tradusse la traduzione della traduzione, rendendo finalmente il tutto chiaro a tutti: indicò Dunga e declamò «Lui è il primo».

Un ragazzino dalla folla fece il gesto del carciofo e disse ad alta voce: «E cosa vorrebbe dire?»

Macramè aveva ancora il dito puntato contro Dunga, e rimase in questa posizione mentre rispose al giovane: «Non ne ho idea!»

«Io… io… non ricordo nulla!» disse Evaristo.

«Io… sì, invece! Mi avete morsicata!» ululò una voce da soprano poco distante. La signora robusta che stava mangiando la coscia di pollo afghano in salsa di carrube con riduzione di filetto di kobe e contorno di lampone glassato con mandorle amare e crumble di fegati di quaglia (48 euro nella versione assaggio), e che era stata la prima “vittima” di Dunga, si era alzata da terra e stava cercando di ripulire il proprio abito dalla notevole quantità di verdure e terricci vari che si erano accumulati nelle ultime ore.

«E tu hai morsicato me, vecchia megera!» urlò un’altra voce dall’altra parte della folla. Il ragazzo che per primo era stato morsicato dalla signora che era stata morsicata da Dunga stava con i pugni sui fianchi e un’espressione bellicosa. In quella il marito della signora del pollo indicò un ragazzo vicino a quello che aveva accusato sua moglie: «Tu invece hai morsicato me, disgraziato!»

La cosa degenerò rapidamente: man mano che la maledizione si eliminava, e lo faceva in rigoroso ordine di infezione, gli ex Veganti si riprendevano e sembravano più bellicosi che prima, quando attaccavano tutti i non vegani che trovavano sulla loro strada. In pochi minuti qualche centinaio di persone, tutte mal vestite, con gli abiti odorosi di verdura e terriccio appena smosso, stavano litigando, lanciandosi insulti, minacce e promesse di querele, denunce e notizie da non meglio identificati “legali”.

Cleo toccò una mano di Jack, che non era attento all’amico e fece un salto di paura, accompagnato da un gridolino che non venne sentito da nessuno a causa del frastuono che i litigi provocavano.

«Andiamo, qui abbiamo finito» gli disse. Poi guardò verso lo Sciamano e gli fece un cenno, come a dire “vieni con noi”. Lo stregone sorrise e accennò un «sì» con la testa.

Si incamminarono verso il condominio abbandonato dove vivevano Jack e Cleo: qui il gigante buono che capiva la lingua Nbadu ma non poteva parlarla, e il nano gentile che capiva il personale linguaggio dei segni di Jack, avrebbero offerto allo stregone che aveva salvato il pianeta da una maledizione pandemica un infuso di malva e verbena, addolcito con miele di corbezzolo e servito in tazze verdi e azzurre: caldo, piacevole; avrebbe aiutato a smaltire gli effetti di questo enorme, incommensurabile casino.

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