I Veganti – 20 – L’epilogo, forse

Ci vollero diversi giorni prima di riuscire a tornare a una parvenza di normalità. Gli avvocati di tutta la città ebbero parecchio da fare, grazie alle numerose cause e controcause che i vari ex veganti avviarono nei confronti di quelli che li avevano infettati; negli ospedali si presentarono molti di loro che presentavano dolori articolari e altri sintomi tipici della mancanza di nutrienti e di proteine di origine animale. Ma finalmente, con calma, la cosa passò dalle prime pagine dei giornali alla cronaca interna e infine rimase solo qualche trafiletto sui giornali.

Uno di questi, molte settimane dopo il mancato Armageddon, fu un breve articoletto scritto da Federica Vignola, la giornalista televisiva infettata in diretta, che era stata più o meno cacciata dalle telecamere ed era approdata a un giornale gratuito dal titolo perentorio di «LEGGIMI!»

«Riapre la Pappatoia! Il locale all’origine della pandemia vegana riapre oggi i battenti. Con un look rivisitato e nuovi piatti, il locale di Jimmy Ruggine riapre oggi al pubblico, cercando di far dimenticare le terribili vicende che da qui si sono originate. “Noi siamo estranei a quello che è successo”, ha dichiarato il proprietario, “Siamo solo stati gli inconsapevoli e incolpevoli iniziatori di questa cosa terribile, diventando vittime anche noi! Aspettiamo tutti i nostri affezionati clienti. Veniteci a trovare!”. La nuova formula del locale ha visto l’abbandono di piatti ricercati e la nascita di una nuova linea di panini che lo stesso Ruggine definisce “pret-a-manger”, [pronti da mangiare, n.d.t.], a partire dal nuovissimo “fette di insaccato di puro suino accolte in un elegante confezione di pane freschissimo, foglie di insalata e anelli di cipolla caramellati”, che reinterpreta il classico pane e mortadella con una nuova combinazione di sapori…»

Mancavano ormai un paio di ore all’apertura, e già la fila fuori dal locale faceva presagire un successo senza precedenti, addirittura molto più grande di quello che aveva avuto quando era un locale di lusso e dai prezzi stratosferici.

Nello stesso momento, in uno dei frigoriferi, uno degli chef stava osservando un pacco sospetto. Non c’erano diciture, cosa molto strana, per cui non era molto convinto di quello che poteva essere di preciso. Lo aprì con circospezione e il suo sospetto iniziale non trovò conferma, perché l’odore non era confondibile: la carne era ancora buona. Ma senza etichetta…

Strano… molto strano… Di sfuggita notò che all’interno di una piega era rimasta una piccola parte di pelle: era divisa esattamente a metà e da una parte era molto scura, mentre l’altra era decisamente bianca.

Zebra, probabilmente.

Ma senza indicazioni di data di confezionamento e scadenza, provenienza… neanche il tipo di carne. Se l’avessero trovata durante un controllo ci sarebbe stato il rischio di qualche multa e, peggio, di pessima pubblicità.

Meglio farla sparire.

La tolse dal sacchetto: il contenitore di plastica finì in un cestino apposito, mentre la carne, tenuta con uno straccio perché troppo fredda per essere manipolata, attraversò la cucina, uscì sul retro e venne gettata in un grosso contenitore di materiale organico.

Lo chef si batté le mani per pulirle, e sospirò soddisfatto: quella robaccia non avrebbe più fatto danni!

Tornò dentro il locale e, di fatto, dimenticò il grosso pezzo di carne di zebra.

Dopo qualche minuto, la carne iniziò a scongelarsi e l’invitante odore di selvatico si sparse lentamente per tutto il circondario, quasi impercettibile ai grezzi nasi umani, ma estremamente riconoscibile per quelli più precisi dei tanti randagi che sempre giravano dalle parti del vicoletto nel retro della Pappatoia.

In particolare un piccolo incrocio tra un bassotto, un alano, un border collie, uno spinone e un levriero afghano, tanto per citare solo le due generazioni precedenti, si avvicinò al contenitore e, con qualche difficoltà, riuscì ad aprirlo e ad arraffare tutto quel ben di dio. Scappò immediatamente e andò a nascondersi nella sua tana, iniziando subito a mangiare con i suoi otto cuccioli.

Dopo un paio di ore, i nove cani ripresero i sensi, ma erano molto diversi da quando avevano iniziato a mangiare la carne di zebra maledetta da Ngude.

E questo solo per un errore di traduzione, quando Policarpo aveva tradotto la formula di eliminazione della maledizione, facendola iniziare con un “Uomini!” che limitava la diffusione dell’antidoto, e che lo sciamano non aveva detto…

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