I Veganti – 01 – Prologo

So che potrebbe sembrare paradossale, ma tutta questa storia ebbe inizio in Africa.

Quel giorno un gruppo di cacciatori della tribù Nbadu era alla ricerca di cibo: da qualche tempo scarseggiavano le prede; non sapevano bene per quale motivo, ma negli ultimi mesi molti branchi erano praticamente spariti. In tutta la savana non si trovava un facocero, uno gnu o una zebra. Allora avevano deciso di portarsi dietro anche lo stregone del villaggio, Ngude Mutembe.

Era un po’ in là con gli anni, e una battuta di caccia di due o tre giorni poteva non essere proprio un toccasana per lui; ma era necessario che anche la mezza dozzina di divinità che adoravano si guadagnasse un po’ di rispetto dando loro una mano a trovare del cibo.

Ecco perché il vecchio Ngude se ne stava in mezzo al grande nulla insieme a un gruppo di sette cacciatori: il suo compito era di fare i riti necessari perché gli dei mandassero sulla loro strada un animale qualsiasi che loro potessero abbattere e portare al villaggio, conquistandosi il rispetto di tutti e riempiendo finalmente lo stomaco di qualcosa di diverso di quella orrida zuppa di farro che le donne continuavano a propinare, costrette dalla carestia.

Mentre si muovevano lui continuava a muovere le labbra. In realtà non stava veramente pregando, si trattava più di una serie di lamentazioni che si potevano riassumere in «Voglio tornare a casa, alla mia capanna!» Però gli uomini lo vedevano e credevano che stesse intercedendo per loro, e si sentivano meglio, più fiduciosi.

La cosa veramente pazzesca fu che la cosa funzionò.

Mentre si muovevano in modo deciso e attento, videro da lontano un piccolo movimento: si acquattarono tutti contemporaneamente. Tutti meno Ngude che, perso nelle sue lamentazioni silenziose, non si era accorto del movimento. Gli altri credettero che, essendo uno stregone, sapesse benissimo cosa stava facendo, per cui non gli dissero nulla.

L’uomo fece ancora due passi poi si fermò. Nonostante l’età aveva ancora la vista buona: era una zebra!

Stava correndo più o meno nella loro direzione, per cui avrebbero potuto facilmente accosciarsi lì, spargendosi, e aspettare che venisse loro a tiro per poterla abbattere con qualche colpo di lancia ben assestato. Il gruppo guardò lo stregone sorridendo, immaginando che le sue preghiere avessero funzionato. Si allargarono, disponendosi in modo da controllare la maggior parte del terreno nella direzione in cui stava arrivando l’animale.

Prepararono le lance.

La zebra stava arrivando di gran carriera, e veniva esattamente nella loro direzione: le preghiere dello stregone avevano funzionato, sant’uomo!

Ma la zebra, che era certo un animale, ma di sicuro non era stupido, intuì che qualcosa non era come avrebbe dovuto essere in un mondo perfetto, e prese una decisione. Arrivata a circa duecento metri dal gruppo iniziò lentamente a girare verso destra (la sua destra): c’era il rischio che si spostasse fuori tiro delle armi del gruppo. La curva che stava compiendo l’avrebbe sicuramente allontanata.

Gli uomini si rivolsero verso lo stregone, che ricominciò a muovere le labbra, ma questa volta perché stava davvero pregando, aggiungendo anche qualche minaccia agli dei se non avessero fatto tornare la loro preda su una strada più adatta a essere colpita.

Funzionò in parte: la zebra smise di girare e ricominciò ad andare dritta.

Ma era troppo lontana, e non si sarebbe avvicinata abbastanza da consentire un tiro semplice.

Allora tutti guardarono Nbembe, il miglior lanciatore di lance della tribù: lui vide gli sguardi e capì che il futuro del suo villaggio dipendeva da lui. Guardò di rimando verso Ngude che assentì col capo, quindi si girò verso il suo obiettivo, caricò l’arma sul lanciatore in legno, prese la mira e scagliò, con tutta la forza e la precisione che aveva.

L’asta puntuta percorse una parabola perfetta salendo prima a quarantacinque gradi, ruotando appena sul proprio asse grazie all’abilità di Nbembe e alla tecnica di lavorazione, poi muovendosi in orizzontale per un tempo che parve infinito e infine piegandosi verso la preda che continuava a correre forsennatamente. Il gruppo osservava il percorso della lancia pregando che gli dei facessero il loro dovere.

Una frazione di secondo prima che l’arma si piantasse nel fianco della zebra, questa fece un imprevedibile scarto verso sinistra; la punta metallica passò a pochi millimetri dalla criniera e si andò a piantare per una ventina di centimetri nel terreno.

Tutti i cacciatori espressero il loro disappunto con un mugugno basso (troppo abituati al silenzio durante le battute), mentre a Ngude scappò una delle maledizioni peggiori che il popolo Nbadu aveva elaborato in secoli e secoli di caccia: «Che gli dei maledicano te e chi si ciba delle tue carni!»

Nella complicata lingua del gruppo la cosa suonò all’incirca come «Mah’vah nt’ukulù!»

L’accento al fondo della frase era fondamentale, perché senza questo assumeva un significato leggermente diverso: «Tu mangi male perché hai il vizio di separare le varie componenti dei cibi, e questo non ti permette di gustare le combinazioni dei sapori».

Nello stesso momento in cui la pesante maledizione venne pronunciata la zebra rotolò a terra, sollevando una nuvola di polvere.

Ngude osservava attonito quello che era successo: ma allora la funzionava davvero!

Stava per gonfiare il petto per pavoneggiarsi con i suoi uomini per avere risolto in modo tanto elegante e misterioso il problema, quando uno di loro, che si era girato verso di lui, assunse un’espressione spaventata e urlò una frase estremamente complicata che nella loro lingua voleva dire più o meno «Oh cazzo!»

Contemporaneamente vennero raggiunti e superati da un gruppetto di fuoristrada. Da un finestrino aperto arrivò un «Permesso, scusate» che loro ovviamente non capirono. I mezzi raggiunsero la preda abbattuta, cinque uomini scesero e rapidamente la caricarono su uno dei pick-up, risalirono e ripartirono di gran carriera.

Il tutto aveva richiesto all’incirca dodici secondi. Scarsi.

I cacciatori rimasero allibiti a guardarsi l’un l’altro.

Poi Ngude guardò verso Nbembe e gridò: «Uht!» che voleva dire «Hai una di mira di merda!»

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