I Veganti – 02 – Altro Prologo

So che potrebbe sembrare paradossale, ma tutta questa storia ebbe inizio in una steak-house.

È vero che si era parlato di Africa, però sentite cosa successe…

Avete presente quei locali dove si può scegliere un pezzo di carne, farselo cuocere e mangiarselo, il tutto senza doversi sbattere per farlo a casa? Ecco, “la Pappatoia” di Jimmy Ruggine era proprio questo. In origine era stata davvero una macelleria, e del vecchio locale manteneva la maggior parte degli arredi, i banchi di lavoro con le piastrelle bianche e i dettagli di un bel colore rosso, la grande vetrina da banco con i vari pezzi messi in bella mostra.
Poi aveva affiancato una piccola cucina che aveva il solo scopo di distinguersi dagli altri negozianti simili. Ma la cosa aveva funzionato, e anche molto bene, per cui Jimmy aveva deciso di allargare ancora di più: si ammazzò di debiti e prese anche la drogheria che si trovava di fianco al suo negozio, la sventrò e la trasformò in una piacevole trattoria.

Il passaparola fece il resto.
Nel giro di qualche mese la fama del locale esplose e divenne meta di pellegrinaggi da tutta la regione, prenotazioni di mesi e recensioni quasi sempre entusiastiche.

Jimmy Ruggine si trovò seduto su una montagna di soldi.
Ma poiché non era tipo da sedersi né sull’oro né sugli allori, decise di proporre un altro servizio: cibo esotico.

Era necessario ordinarlo per tempo, ma poteva procurare carne di ippopotamo, di gazzella, di ornitorinco. Provate a pensare a un qualsiasi animale esistente e lui ve l’avrebbe servito con patatine. Si mormorava che sotto banco si potessero assaggiare anche altri tipi di carne, più prelibata e più… proibita. Ma erano solo voci, e il tipo di carne di cui si mormorava non era mai del tutto specificato nelle tante leggende che giravano: quando si chiedeva di approfondire il narratore di turno nascondeva la sua mancanza di conoscenza con un «Eeeeh!» e un gesto che intendeva dire esattamente l’opposto: «Eeeeh! Sapessi! Ma non posso dirtelo…»

Ma questo non c’entra con la nostra storia.

È invece importante sapere che quel giorno nella “Pappatoia” entrò il Paziente Zero, quello che diede inizio a tutto.

A vederlo probabilmente non avreste scommesso un centesimo sulla sua importanza: piccoletto, con la pancia da mangiatore di carne e bevitore di birra, una pelata malamente celata da un riporto ridicolo, giacca e cravatta allentata su un colletto vagamente unto.

Non era decisamente un bello spettacolo.

La sua entrata non fu notata da nessuno dei clienti, ma ovviamente venne immediatamente vista dal cameriere che si occupava degli ingressi.

«Buona sera signore, posso chiederle se ha prenotato?»

«Certamente» rispose il tipo con una voce sgradevolmente chioccia.

«Il suo nome, per cortesia…»

«Dunga».

Il cameriere fece scorrere rapidamente la lista sul piccolo tablet che faceva parte dell’armamentario che aveva completamente sostituito le vecchie comande su carta, poi sorrise: «Ah, eccola qui: Evaristo Dunga. Si accomodi, signor Evaristo, è un piacere averla nostro ospite». Si incamminò verso un angolo seguito dall’uomo, muovendosi sinuoso tra i vari tavoli.

Arrivato a destinazione, Dunga si sedette con qualche difficoltà causata dalle sue dimensioni; il cameriere gli portò un menù e glielo porse direttamente. Quando il cliente prese l’oggetto, il cameriere si chinò appena e, con voce cospiratoria, quasi bisbigliò: «Se il signore gradisce, in via del tutto eccezionale oggi abbiamo della zebra».

Era un ordine fatto il giorno prima, in effetti, che per diversi motivi non era stato evaso. E riuscire a far fuori quel problema, magari guadagnandoci sopra, sarebbe stato un bel colpo.

Dunga si sporse a sua volta in avanti, con un principio di salivazione che lo costrinse a deglutire un paio di volte prima di riuscire a parlare: «Interessante. Molto. Gradisco parecchio, ma… quanto mi costerebbe questa prelibatezza?»

Il cameriere abbassò ancora di più la voce e disse una cifra.

Evaristo spalancò ancora di più gli occhi per la sorpresa.

Il cameriere aggiunse: «All’etto, ovviamente».

«Caspita, non è poco… non è per niente poco…»

Fece qualche calcolo mentale, mentre il cameriere aspettava senza fretta, con un vago sorriso meccanico.

Infine si decise: «Ma sì, facciamo questa spesa pazza!»

«Benissimo, signore: una cottura al sangue va bene?».

Andava bene. Il cameriere trafficò con il tablet, quindi sorrise al cliente porgendogli un altro menù: «Il suo ordine è partito. Le lascio qualche minuto per la scelta del vino».

Nel giro di una dozzina di minuti davanti a Evaristo Dunga si materializzarono, nell’ordine: un cesto di grissini e pane, tutti rigorosamente fatti in casa; una bottiglia di Chianello di Montefosco inferiore, vino sàpido perfetto con la carne di zebra; un piatto con alcune verdure grigliate disposte artisticamente a formare un ammasso volutamente senza senso alcuno.

E infine, un piatto delle dimensioni di un tavolino, nel cui centro esatto un piccolo avvallamento appena accennato permetteva di mettere in bella evidenza la pietanza principale: un piccolo, succulento, fumante pezzo di carne. Ovviamente guardandolo era difficile, anzi impossibile capire che si trattava di carne di zebra e non di, per esempio, di banale kobe, oppure di plebea fassona.

Il cameriere pose il piatto davanti al cliente, gli sorrise e si eclissò, lasciandolo con lo stupore dipinto sul volto.

Dunga prese coltello e forchetta e tastò la consistenza della carne: sembrava al contempo morbidissima e inviolabile. Affondò i rebbi della forchetta su un lato e con il coltello ne tagliò una piccola porzione, con la religiosa attenzione di un chirurgo.

Osservò la parte asportata, la colorazione che da bruna diventava rossastra e poi di nuovo scura. La pose in bocca appoggiandola alla lingua, ascoltando lo sprigionarsi delle reazioni che i succhi provocavano sulle papille; socchiuse i denti e sfilò la forchetta.

Chiuse gli occhi per concentrarsi meglio sull’effetto.

Era su-bli-me.

Masticò con rispettosa attenzione. Infine impostò il grumo per la deglutizione.

Scese lentamente lungo l’esofago e si depositò nello stomaco, dove l’organo iniziò il suo lento lavoro di digestione.

Si preparò un altro boccone, e fece la stessa operazione.

Ma questa volta qualcosa andò storto.

Forse un ripensamento dell’ultimo momento, oppure un colpo di tosse, o forse qualcosa d’altro che non sapremo mai e che potrebbe essere legato alle origini della carne… fatto sta che il boccone si bloccò esattamente nel punto in cui laringe e faringe si uniscono, indeciso se proseguire verso lo stomaco o provare nuove strade verso i polmoni, che sono notoriamente poco attrezzati per la digestione.

Il risultato fu che Evaristo Dunga non poteva respirare, non poteva deglutire, non poteva fare diverse cose e tra queste era incluso anche il non poter chiedere aiuto. Non con la voce, almeno: si alzò in piedi, si sporse in avanti e agitò le braccia, attirando l’attenzione dei presenti e, soprattutto, del personale di sala.

Tra questi c’era anche uno degli ultimi acquisti della “Pappatoia”: Filiberto, venticinque anni, un metro e novanta, centododici chili di peso fatto per il quaranta percento di muscoli, barba e capelli lunghi tenuti fermi in uno chignon che nessuno avrebbe osato prendere in giro. Aveva le funzioni di cameriere, di pacificatore quando qualche cliente aveva bevuto troppo, e di addetto al primo soccorso, status per il quale aveva seguito un apposito corso.

Appena Filiberto si accorse della situazione, corse verso il tavolo d’angolo, si mise dietro a Evaristo che stava cominciando ad assumere una inquietante colorazione bluastra, circondò la sua vita con entrambe le braccia (che avevano le dimensioni delle cosce di un calciatore, sia detto per inciso), posizionando le mani all’altezza della base dello sterno, sollevò il malcapitato da terra e diede un solo, terrificante, formidabile scossone.

Il piccolo blocco di carne di zebra, ormai irriconoscibile, venne sparato dalla gola di Evaristo, compì una perfetta parabola tesa e andò a impattare con uno schiaffo sulla parete di fronte, proprio sotto una riproduzione di un quadro di Klagenfurther, artista austriaco specializzato in paesaggi marini di fantasia. Lentamente scivolò verso terra, ignorato dai presenti che si erano lanciati in un applauso per la felice conclusione del drammatico avvenimento.

Evaristo si lasciò cadere sulla sedia sotto lo sguardo professionale di Filiberto, che controllò ancora per qualche secondo che l’emergenza fosse rientrata. Poi fece un sorriso al cliente e se ne tornò alle sue mansioni. Dunga lo guardò abbozzando un sorriso, continuando ad ansimare come se fosse stato senza fiato per qualche minuto; che in effetti era esattamente quello che era successo.

«Come si sente, signor Dunga?» chiese il cameriere.

Poco per volta il respiro si regolarizzò, ed Evaristo si rilassò abbastanza per rendersi conto di essere stato a un passo dalla morte per asfissia. Un senso di gioia e gratitudine lo pervase improvviso: «Sto molto meglio, grazie!»

Si alzò, salutò alzando le braccia tutti i presenti che lo applaudirono, andò ad abbracciare Filiberto (ebbe qualche difficoltà viste le dimensioni del cameriere palestrato) e passò dalla cassa dove pagò un conto decisamente esorbitante per qualcosa che, a ben guardare, non aveva praticamente mangiato, tranne quel microscopico boccone.

Ma era felice! Strinse la mano a tutto il personale di sala, uscì dal locale, scese in strada e andò verso la macchina, ondeggiando appena per colpa del vino che aveva bevuto in attesa di quel maledetto pezzo di carne che stava per ucciderlo.

Salì in macchina con qualche difficoltà. Si sentiva un po’ a disagio, trafficò con la leva sotto il sedile e lo spinse indietro, poi pasticciò con un’altra leva a sinistra e piegò indietro lo schienale e infine, non sapendo più cosa spostare o piegare, chiuse gli occhi e perse conoscenza.

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