Ci sono alcuni argomenti che non amo, e uno di questi è la violenza sulle donne. Non perché non voglio parlarne, ma perché vorrei che non esistesse. Pur essendo un cinefilo, ci sono alcuni film che non sono mai riuscito a vedere, come “Soldato blu” o “Sotto accusa”, in cui ci sono scene di questo genere. Il fatto che siano ispirati a storie vere, me li rende ancora più ostici. Allora perché scrivere una storia che si basa su un gruppo di stupratori seriali? Ovviamente per poter cambiare il finale.

Avevo visto una puntata dell’ottimo serial “Criminal Mind” in cui un gruppetto di questi vigliacchi si divertiva a rapire, stuprare per qualche giorno e infine uccidere giovani ragazze. Nel film i delinquenti venivano trovati e l’ultima vittima salvata. Tutto bene, finale felice. Tranne per le ragazze morte prima, ma pazienza. Ecco, in quel momento ho pensato che sarebbe stato interessante se il branco di idioti avesse preso una ragazza “sbagliata”.

Sbagliata per i loro scopi, ovviamente. Magari una campionessa di karate o qualcosa del genere. Qualcuna in grado di ribaltare la situazione. Da questo concetto di “ragazza sbagliata” è scaturito il seme iniziale di questo romanzo. Perché l’errore qui non è l’ultima ragazza rapita, ma quella prima: Marcella Gribaudo.

Marcella è la figlia di un ex commissario di Polizia, Paolo Gribaudo, ed è figlioccia di cresima di una nostra vecchia conoscenza: Michele Polloni. I due commissari si coalizzano per cercare di trovare i massacratori della “loro” bambina, combattendo contro le forze di polizia locali, e la loro mentalità ristretta.

Purtroppo devono aspettare che avvenga un altro rapimento, non hanno nessun’altra possibilità di trovare indizi o elementi che li aiutino. E il rapimento avviene: da qualche mese nel piccolo paese di Sammeco è arrivata una ragazza nuova, giovane e carina, che fa la cameriera all'”Ostu”, un locale frequentato dai due poliziotti. Manuela Botto è simpatica, gira tanto in bicicletta, ma sembra non curarsi dei consigli di Gianfranco e Giovanna, proprietari dell’Ostu, che l’hanno presa in simpatia. Sostiene di non essere abbastanza carina per essere rapita.

Si sbaglia. Una mattina Gianfranco scopre che la ragazza non è rientrata, e corre ad avvertire Gribaudo e Polloni. La trappola deve quindi scattare rapidamente, ma i due scoprono un segreto nella vita precedente della ragazza rapita, che permette loro di scoprire chi sono gli stupratori, e contemporaneamente che la situazione non è esattamente come ci si potrebbe aspettare.

Il commissario Lemina, incaricato ufficiale delle indagini, mal sopporta questi due damerini di città, e fa di tutto per rallentare le indagini, minimizzando le loro scoperte e ai due poliziotti non rimane che arrangiarsi.

Qualcuno ha detto che non c’è nulla di più pericoloso di una donna arrabbiata. Aggiungo io che se questa donna ha anche delle risorse insospettate, diventa non solo pericolosa, ma letale!

L’epilogo di questa storia sarà terribile, lunghissimo, e coinvolgerà più persone di quante si possa credere portando una specie di giustizia in un mondo dove la giustizia non esiste.

Cosa dice chi l’ha già letto

Gabriella Spataro, utente Amazon

Ormai si sa che amo leggere libri di scrittori italiani che si autopubblicano e così quando Mario Overhill Pippia ha postato il risultato della sua nuova fatica non ho saputo resistere e ho subito preso in prestito con kindle unlimited “il paradiso dei vigliacchi”.

Cosa posso scrivere senza svelare troppo? L’argomento è dei più attuali, la violenza sulle donne, rapite, abusate e uccise a pugni e calci, ma questo non è certo una novità. Quasi lo stavo mettendo da parte e mi stavo chiedendo come dire a questo mio amico virtuale che alcune frasi poetiche e di certo interessanti e plaudibili in un contesto amicale in realtà poco si prestino alla buona riuscita di un libro, poi mi sono detta che non avrei potuto esprimere un pensiero coerente senza averlo letto tutto e così, seguendo le indagini non indagini, mi sono divertita e ho scoperto che in fondo non è un giallo propriamente detto, più una cosa alla Scerbanenco, se vogliamo, con una sorpresa a ogni angolo.

Alla fine, e io non sono di manica larga, si è meritato 5 stelle meno meno perché ha saputo trasformare un già visto in una storia plausibile ambientata in un paese piemontese come tanti ce n’è e che forse non c’è.

Ho anche apprezzato il suo dialogo con il lettore posto a conclusione del libro attraverso il quale, come un diario di lavoro, racconta l’atto creativo.